L'età di De Gasperi

La morte di De Gasperi

La forza parlamentare dei partiti di centro, uscita ridimensionata dalla competizione elettorale del 1953 rese difficile la stabilità dei governi. De Gasperi tentò di dar vita ad un nuovo governo che non incontrò la fiducia del Parlamento. La guida del governo venne assunta (agosto 1953) da Giuseppe Pella con un monocolore democristiano. Seguì, nel febbraio 1954 il governo di Mario Scelba, con una coalizione composta da DC, socialdemocratici e liberali. Nel luglio 1954 Alcide De Gasperi lasciava anche la Segreteria politica della Dc, che venne assunta da Amintore Fanfani. Di lì a poco, il 19 agosto moriva a Sella di Valsugana.

Le elezioni del 1953 e la “legge truffa”

De Gasperi sapeva bene che le elezioni per la II legislatura non avrebbero certamente confermato l’eccezionale successo conseguito dalla Dc nel 1948. Per evitare una situazione che avrebbe compromesso la governabilità del paese, De Gasperi ricorse ad una riforma della legge elettorale per la Camera dei deputati, introducendo un correttivo al sistema proporzionale attraverso l’attribuzione di un premio di maggioranza (380 seggi, pari al 65%) al raggruppamento di liste che avesse superato la maggioranza assoluta dei consensi (50,01%). Le opposizioni di sinistra reagirono vivacemente a questa proposta. Venne riesumato lo spettro della Legge Acerbo che nel 1924 aveva favorito l’avvento del regime fascista, anche se la nuova legge veniva a premiare una coalizione che l’elettorato aveva comunque indicato come maggioranza. De Gasperi voleva una maggioranza stabile, per creare una sorta di cuscinetto protettivo non solo al governo di centro ma anche al sistema democratico parlamentare, che egli vedeva minacciato da destra e da sinistra. Le opposizioni definirono “legge truffa” il nuovo sistema elettorale, approvato alla Camera il 21 gennaio e al Senato il 29 marzo 1953. Lo giudicarono un espediente con il quale i partiti di governo intendevano conseguire un peso politico che non rifletteva la loro consistenza elettorale. I risultati elettorali segnarono la sconfitta del disegno di De Gasperi. I partiti di centro ottennero il 49,8% dei voti, non riuscendo a far scattare il premio di maggioranza. Si trattava di una pesante sconfitta. La Dc e i suoi alleati perdevano circa 2 milioni e 800.000 voti, mentre la sinistra ne guadagnava oltre 1 milione e 426.000 e la destra 2 milioni e 326.000 voti. Inoltre, la Dc perdeva 42 seggi alla Camera, passando da 305 a 263 e 18 al Senato, da 131 a 113. La contemporanea flessione dei partiti di centro riduceva a margini strettissimi la possibilità di costituire una maggioranza di centro.

La Cassa per il Mezzogiorno e le altre riforme

Nel quadro della politica di riforme che caratterizza l’opera del governo De Gasperi, veniva istituita con legge del 10 agosto 1950 la Cassa per il Mezzogiorno. Questo provvedimento si poneva l’obiettivo di favorire la realizzazione di opere di infrastrutture (sistemazione dei bacini montani e corsi d’acqua, bonifiche, irrigazioni, viabilità, acquedotti, fognature ecc.), di programmazione e di sostegno ai fini dello sviluppo delle regioni meridionali e di alcune aree depresse del Centro-nord. Nell’arco di un decennio, dal 1950 al 1960, la Cassa per il Mezzogiorno approvò 169.202 progetti, per un importo di 1.403 miliardi, dei quali 1.029 riguardavano progetti nel settore delle opere pubbliche e 374 il settore privato. Certamente non furono trascurabili i benefici di questi provvedimenti ai fini dello sviluppo del Mezzogiorno. Tuttavia le innegabili trasformazioni che il Mezzogiorno conobbe negli anni successivi al 1950, non riuscirono a sanare gli squilibri sociali ed economici delle regioni del Sud, né a colmare il dislivello nei confronti delle regioni settentrionali. Anzi, l’eccezionale sviluppo delle aree industriali del Nord, offrendo lavoro e speranze al lavoratore meridionale, incise in maniera non trascurabile nell’esodo dal Mezzogiorno che, nel giro di vent’anni avrebbe visto quattro milioni di lavoratori abbandonare la propria terra. I primi anni Cinquanta vedono anche la realizzazione di altre riforme di carattere sociale: il Piano Ina-case, promosso da Fanfani, con l’obiettivo di contribuire alla soluzione del problema degli alloggi a basso costo; il Piano per il rimboschimento e per i cantieri di lavoro, tendenti a risolvere i problemi della mano d’opera; un vasto programma di addestramento professionale che, tra il 1949 e il 1952, interessò circa 270.000 lavoratori; la riforma fiscale, varata da Ezio Vanoni nel gennaio 1951, per ridurre l’evasione fiscale ed introdurre un più equo sistema di accertamento e di imposizione, che prevedeva una dichiarazione annuale dei redditi da parte del contribuente e avviava l’Italia verso un più moderno sistema fiscale.

La riforma agraria

Il clima di tensione che attraversarono le campagne meridionali nell’immediato dopoguerra – soprattutto in Calabria e in Puglia - spinse il Governo a varare provvedimenti di riforma agraria, destinati a modificare l’assetto delle campagne italiane. Il 4 maggio 1950 venne approvata la “legge Sila”, destinata alla Calabria, ed in particolare ad una parte dell’altipiano calabro e del litorale jonico. Nell’ottobre 1950 la “legge stralcio”, che riguardava il comprensorio del Delta padano, Maremma tosco-laziale, Fucino, Campania, Puglia, Lucania, Molise e Sardegna. Questa legge prevedeva un programma di scorporo e di riforma molto ampio. Complessivamente i terreni sottoposti a riforma coprivano un totale di circa 750.000 ettari, quasi tutti nell’Italia centro meridionale. Per quanto riguarda la Sicilia la realizzazione della riforma venne demandata all’approvazione degli organi regionali. Approvata con legge della Regione il 27 dicembre 1950, il provvedimento fissava i limiti della proprietà terriera entro i 200 ettari, il vincolo per le aziende oltre 100 ettari di sviluppare ordinamenti colturali secondo le direttive degli ispettori agrari, l’obbligo della trasformazione fondiaria per tutte le proprietà superiori ai venti ettari, la diretta attribuzione dei lotti agli assegnatari senza interventi da parte degli enti di riforma. L’attuazione della legge consentì l’insediamento, nelle diverse unità produttrici (poderi, quote e lotti), di 121.621 nuclei famigliari, pari a circa trecentomila lavoratori. Furono espropriati, complessivamente, 749.210 ettari, di cui 47.942 nel Delta padano, 210.097 nella Maremma e nel Fucino, 196.937 in Puglia e Lucania, 84.865 in Calabria, 108.253 in Sicilia e 101.561 in Sardegna. Gli obiettivi politici della riforma miravano a placare le tensioni sociali nelle campagne meridionali, cercando di mantenere la mano d’opera nelle attività agricole e di ricostruire un tessuto sociale ancorato alla campagna, partecipe e cointeressato alle sorti del sistema democratico repubblicano. Obiettivo della Dc era anche di eliminare le condizioni che favorivano il consenso al PCI e ai movimenti sindacali della sinistra da parte dei contadini poveri del Mezzogiorno.