L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

Il Concilio Vaticano II

La proposta di un Concilio ecumenico

Giovanni XXIII colse sin dai primi mesi del suo pontificato l'esigenza di procedere ad una profonda riforma della Chiesa, attraverso un Concilio ecumenico che doveva dettare le linee di un rinnovamento in grado di portare la Chiesa ad un confronto aperto con il mondo e la società moderna. Nel gennaio del 1959 prospettò questa idea al suo segretario di Stato monsignor Tardini. Espose poi, pubblicamente le sue intenzioni in un discorso ai cardinali presso la Basilica di San Paolo a Roma il 25 gennaio. Risultava subito molto chiaro che l'ipotesi di un papato di transizione era destinato a non trovare conferme.

Le intenzioni del Pontefice non trovarono il consenso pieno della Curia romana, che tuttavia non si espresse apertamente, vista la crescente popolarità e il prestigio che il Pontefice si era guadagnato presso l'opinione pubblica. Lo stesso Sacro collegio manifestò alcune resistenze, tanto che su 70 cardinali solo 24 condividevano l'idea del Concilio. Concorde, invece, fu l'orientamento di una fascia consistente di episcopato.

Dopo un lungo periodo preparatorio il Concilio Vaticano II (v. Inserto dell'Osservatore romano) si aprì a Roma l'11 ottobre 1962. Nel discorso inaugurale il Papa precisò che occorreva non solo trasmettere pura ed integra la dottrina, ma bisognava compiere "un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze in corrispondenza più perfetta di fedeltà all'autentica dottrina, anche questa, però, studiata ed esposta attraverso le forme dell'indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno".

Si tratta di un documento che evidenzia soprattutto un linguaggio nuovo ed una ispirazione ottimistica sul futuro del mondo e della Chiesa. In altre parole, viene rovesciato quel tono in gran parte negativo e difensivo nei confronti del mondo moderno, che aveva caratterizzato i documenti della Chiesa cattolica dall'Ottocento in poi: documenti carichi più di condanne che di aperture ed animati più da una visione pessimistica della natura umana che da una attenzione alle aspirazioni dell'umanità.

Paolo VI e la conclusione del Concilio

Il Concilio, che dopo la morte di Giovanni XXIII (avvenuta il 3 giugno 1963) si concluse nel 1965, sotto la guida del suo successore Giovanni Battista Montini (1897-1978) eletto il 26 giugno 1963, con il nome di Paolo VI, introdusse alcune importanti novità nella vita della Chiesa. In primo luogo assistiamo al superamento della Chiesa post-tridentina. Il Concilio di Trento era stato una risposta alle eresie protestanti ed era destinato ad offrire nuovo slancio alla Chiesa sul piano religioso, organizzativo e pastorale. Il Concilio Vaticano I aveva segnato la riaffermazione di questi principi in un quadro storico di grandi trasformazioni sociali e politiche, soprattutto con l'emergere di dottrine, quali il liberalismo e il socialismo, che si ponevano in antitesi alla Chiesa e tendevano soprattutto a limitarne gli spazi nella sua azione in seno alla società. Il Concilio Vaticano II volle, invece, far uscire la Chiesa dalle chiusure difensive, aprendo un nuovo corso: la Chiesa non rifiutava il passato, non respingeva la realtà contemporanea ma la interpretava alla luce della evoluzione dell'umanità. Inoltre, al centralismo romano sancito nel 1870, si risponde affermando il ruolo della collegialità e la funzione dell'episcopato interpretato come il centro e il pilastro della Chiesa, concedendo maggiori poteri ai sinodi dei vescovi e rivalutando le Chiese locali. Anche il laicato, che nella Chiesa pacelliana era spesso relegato ad un ruolo passivo e subordinato alla gerarchia, ottenne uno spazio maggiore ed una partecipazione responsabile nei consigli pastorali. Il Concilio operò, inoltre, un notevole rinnovamento liturgico, nel quale emerge in particolare il superamento del latino e l'adozione delle diverse lingue nazionali nella Messa e in altre funzioni.

Sul piano dei rapporti con la società e con il potere politico(1) la Chiesa conciliare, nel sottolineare l'esigenza di una partecipazione solidale alla sofferenza di tutti, rifiutava privilegi ed appoggi da parte del potere politico e manifestava la sua incompetenza sulla scelta delle soluzioni di carattere sociale, economico e politico giudicandosi impreparata e incompetente circa le tecniche da impiegare.

I documenti del Concilio

In merito all'autonomia del piano temporale rispetto al momento religioso, i documenti conciliari ed in particolare la Gaudium et spes(2), precisano che la Chiesa si distanzia da qualsiasi tipo di teocratismo dei tempi passati, per annunciare non già il suo dominio bensì il dominio di Dio, che giudica e salva in tutti i settori della vita. Il cristiano deve anche sapere che l'avvicinamento alla salvezza per mezzo della fede non allontana l'uomo dai suoi doveri secolari, come cittadino di questo mondo, ma ha il compito di operare nel quadro degli ordinamenti civili. Il Vaticano II, contraddiceva anche le proposizioni contenute nel Sillabo del 1864, affermando il rispetto della libertà religiosa, giudicata conseguenza della dignità dell'uomo, che Dio ha creato libero e arbitro del suo destino, con il diritto a non essere coartato nelle sue decisioni.

Rispetto al grande nemico della Chiesa pacelliana, il comunismo, in seno al Concilio non mancò chi sollecitava una nuova e precisa condanna. Ma nello spirito del Concilio la risposta a questo problema venne data in termini positivi. In particolare di fronte al collettivismo veniva evidenziato il valore della persona umana, della libertà e responsabilità personale e comunitaria. Veniva poi risposto a chi giudicava la religione come alienazione dell'uomo dai suoi vincoli terreni, sollecitando un più responsabile impegno sul piano sociale. Si respingeva l'ateismo, sottolineando i pericoli connessi soprattutto alla propaganda atea, esercitata dal potere politico. Questo orientamento venne giudicato dagli ambienti più conservatori della Chiesa quasi una sorta di apertura alle dottrine marxiste.

Le encicliche di Giovanni XXIII

Ma la figura di Giovanni XXIII va valutata anche al di fuori dalla grande svolta conciliare. Infatti, tra i due documenti più significativi del suo pontificato vanno ricordate le encicliche Mater et Magistra e Pacem in terris(3). La prima, emanata nel 1961, in occasione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, affrontava i problemi sociali, uscendo, tuttavia, dagli schemi tradizionali della dottrina sociale della Chiesa, evitando, cioè di proporre un preciso indirizzo di scelte economico-sociali, ma richiamandosi soprattutto allo spirito del Vangelo, pur sottolineando la funzione di un intervento dei poteri pubblici in campo economico armonizzato con l'iniziativa privata, ma indirizzato principalmente ad evitare lo "sfruttamento dei deboli da parte dei forti". La Pacem in terris del 1963 rappresenta forse la più significativa espressione della visione pastorale di Giovanni XXIII.

In essa il pontefice ribadì l'esigenza del rispetto, della tutela e della promozione della persona umana, del principio dell'uguaglianza tra gli uomini, della tutela delle minoranze etniche. Si richiamò alle grandi conquiste del suo tempo, quali l'ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l'ingresso della donna con pari diritti dell'uomo nella vita pubblica, l'emancipazione dei popoli ex coloniali. Si richiamò al dovere di trovare soluzioni pacifiche nelle controversie tra gli Stati, sottolineando il ruolo delle Nazioni Unite nel "cammino verso l'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale". L'enciclica, inoltre, ribadiva l'esigenza per il cristiano di non confondere l'errore con l'errante, precisando che "l'errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona". Riferendosi poi a movimenti che erano stati originati da "false dottrine filosofiche sulla natura, l'origine, il destino dell'universo e dell'uomo", Giovanni XXIII precisava che non si poteva comunque negare a quei movimenti che si facevano interpreti "delle giuste aspirazioni della persona umana" la presenza di "elementi positivi e meritevoli di approvazione" e la possibilità di "un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo". Va infine ricordato il nuovo atteggiamento che Giovanni XXIII introdusse nel rapporto con le altre religioni cristiane separate, superando le chiusure e gli atteggiamenti conflittuali per aprirsi ad un'ampia e significativa prospettiva ecumenica. Va infine ricordato sul piano della politica estera del Vaticano la diversa attenzione che la Chiesa di Giovanni XXIII dedicò ai paesi comunisti ed in particolare all'Unione Sovietica, che ebbe il suo momento più significativo nella udienza concessa nel 1963 al genero di Krusciov in visita a Roma.

Osservatore della Domenica



Approfondimenti

1 A. Riccardi, La Chiesa del concilio e la politica italiana

2 Enciclica Gaudium et Spes
Dell’enciclica Gaudium et Spes, riportiamo il Proemio, i paragrafi iniziali sul tema della condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo e parte del cap. III, dove si analizza la vita economico sociale mettendo in risalto le diseguaglianze che persistono nelle forme di sviluppo capitalistico.

3 G. Acocella, Le encicliche sociali di Giovanni XXIII

Istituto Luigi Sturzo
Via delle Coppelle, 35, 00186 Roma
Tel. +39.06.6840421
Fax +39.06.68404244
infopoint@sturzo.it