L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

Dalle elezioni del 1958 all'apertura a sinistra

Le elezioni del 1958

Le elezioni politiche, svoltesi il 25 maggio 1958, non modificarono sostanzialmente il quadro politico. La DC guadagnava, rispetto al 1953, il 2,2% alla Camera e l'1,3% al Senato, incrementando di dieci unitò il numero dei parlamentari. Consistente fu la tenuta del PCI, che incrementò percentualmente i suoi voti sia alla Camera (+ 0,1) che al Senato (+ 1,6), smentendo tutte le previsioni che ritenevano probabile un crollo comunista sull'onda degli avvenimenti sovietici e ungheresi e a seguito dell'esodo dal partito non solo di molti intellettuali, ma anche di importanti esponenti, quali Giolitti e Reale. La nuova legislatura si aprì con la formazione di un Governo presieduto da Fanfani, che ebbe il sostegno della DC e dei socialdemocratici(1), con l'astensione dei repubblicani.

Il prestigio del Governo apparve, per molti aspetti, rafforzato anche dall'attenzione che mostrarono i paesi occidentali nei confronti del Presidente del Consiglio, che venne invitato dal segretario di Stato Foster Dulles a visitare gli Stati Uniti, dal primo ministro MacMillan a recarsi in Inghilterra, mentre De Gaulle lo invitò a Parigi.

Ma l'attività di governo di Fanfani era destinata ad incontrare non pochi ostacoli sul suo cammino. Nel dicembre 1958, la Camera, con il concorso anche di franchi tiratori democristiani mise più volte in minoranza il governo. Il 26 gennaio, Fanfani si dimise. Si trattava di una decisione che scaturiva dalla constatazione della debolezza di un governo che non era in grado di tamponare le numerose falle che si stavano aprendo. Il 31 gennaio Fanfani annunciava le sue dimissioni anche dalla segreteria politica della DC.

Gronchi affidava ad Antonio Segni l'incarico di formare il nuovo governo. Segni nei suoi incontri trovò un'ampia convergenza sulla sua proposta di governo monocolore con il sostegno dei liberali, dei monarchici e l'appoggio non determinante del MSI.

Estratto da "Buon lavoro Italia" da "Archivio audiovisivo della Democrazia Cristiana"

Aldo Moro alla guida della DC

Dopo la formazione del governo Segni, la vita politica italiana conobbe una svolta significativa, con l'elezione di Aldo Moro a segretario politico della DC, grazie al sostegno ricevuto dalla nuova corrente dei "dorotei", che dopo la crisi di "Iniziativa democratica", aveva assunto il controllo del partito.

Aldo Moro aveva 42 anni. Era nato a Maglie, in provincia di Lecce, nel 1916 ed era giunto alla vita politica attiva ancora giovanissimo, divenendo uno dei protagonisti dell'Assemblea costituente, percorrendo una strada consueta ai giovani cattolici della sua generazione, formatisi nel seno della Federazione degli universitari cattolici (FUCI), di cui Moro ebbe la presidenza dal 1939 al 1942.

La crisi che investì la DC nel 1959 fece emergere la sua figura in seno al partito. Moro riuscì a ricomporre gli equilibri interni che l'aggressivitò della linea politica di Fanfani aveva in parte sconvolto. Lo distingueva da Fanfani il metodo di lavoro e la concezione del partito e del ruolo ad esso affidato. Moro non condivideva interamente l'idea di un partito basato soprattutto sulla saldezza ed efficienza organizzativa e su una rigida struttura articolata, disciplinata e centralizzata. Al contrario egli credeva ad un partito di mediazione e di opinione, impegnato nel favorire la circolazione e il confronto delle idee.

Il governo Tambroni

Nel febbraio 1960, all'indomani del viaggio del presidente Gronchi in Unione Sovietica (nel corso del quale ebbe incontri con Krusciov e con i massimi dirigenti del Cremlino), i liberali cominciarono a manifestare il loro dissenso nei confronti del governo Segni e di alcuni progetti di legge approvati dal Parlamento, quali il piano decennale della scuola, le norme sul referendum e soprattutto il decentramento regionale che aveva suscitato molte riserve in campo liberale. Si aggiunga il giudizio sulla politica estera, ritenuta troppo ambigua e troppo condizionata dall'attiva presenza del Capo dello Stato negli affari internazionali. Venendo meno l'appoggio dei liberali, Segni dovette dimettersi.

La crisi del governo Segni, nell'estate 1960, spinse il presidente Gronchi ad affidare l'incarico a Fernando Tambroni(2), un uomo politico democristiano a lui vicino, che era ritenuto favorevole all'apertura a sinistra. Tambroni diede vita ad un governo monocolore D.c. senza maggioranza precostituita. Espressero chiaramente la loro opposizione oltre ai comunisti, anche i repubblicani, i socialdemocratici, i liberali e i monarchici. Alla fine, solo il Movimento sociale si dichiarò disposto a sostenere Tambroni, a condizione che il governo fosse realmente "amministrativo" e non un "governo ponte" verso il centro-sinistra.

Di fronte all'esito del voto della Camera, che evidenziava il peso determinante del sostegno missino, e alla posizione assunta da alcuni ministri, che rassegnarono le dimissioni, Tambroni si vide costretto a rassegnare il mandato. Tuttavia, di fronte alla impossibilitò di dar vita ad un nuovo governo, Gronchi invitò Tambroni a ritirare le dimissioni e smorzare qualsiasi significato politico del suo ministero, assumendo il carattere di governo amministrativo.

Le forze di sinistra e gli ambienti antifascisti mal sopportavano la presenza del MSI nella maggioranza governativa e giudicavano la situazione estremamente pericolosa, e prossima ad una involuzione a destra dell'asse politico nazionale. Manifestazioni popolari, scioperi e agitazioni si moltiplicarono, spesso con interventi della forza pubblica molto energici e con scontri che, in alcuni casi (a Ravenna, a Bologna e a Palermo), provocarono feriti tra i dimostranti. La situazione divenne incandescente tra la fine di giugno e i primi di luglio 1960.

La crisi del luglio 1960

Per il 2 luglio era prevista la celebrazione del sesto Congresso nazionale del Movimento sociale, che doveva svolgersi al teatro Margherita di Genova. La scelta di Genova come sede del Congresso del MSI venne interpretata come una vera e propria provocazione, che offendeva la tradizione antifascista del capoluogo ligure, medaglia d'oro della Resistenza per il suo alto contributo offerto alla lotta di liberazione. La protesta dei partiti antifascisti raggiunse la sua fase più acuta tra il 30 giugno e il 2 luglio, allorché a Genova, dopo uno sciopero proclamato dalla CGIL, si verificarono manifestazioni di protesta che provocarono numerosi feriti sia tra i dimostranti che tra le forze dell'ordine. La situazione divenne così tesa da costringere il prefetto di Genova a comunicare di non poter garantire il libero svolgimento del Congresso del MSI. I dirigenti del MSI decisero di rinviare sine die il Congresso, anche per sottolineare l'incapacitò del Governo a garantire l'ordine ed a consentire il libero esercizio dell'attivitò politica di un partito rappresentato in Parlamento.

La situazione precipitò il 5 luglio, a Licata, in Sicilia, dove, durante scontri tra dimostranti e forze dell'ordine, venne ferito a morte un giovane dimostrante, e soprattutto a Reggio Emilia, dove, il 7 luglio, la polizia fece largo uso di armi da fuoco, provocando la morte di cinque persone. Il giorno dopo a Catania e a Palermo, vennero uccisi altri quattro dimostranti.

Emerse, soprattutto, da parte dei partiti del centro democratico, la convinzione che occorresse voltare pagina e costituire una maggioranza in grado di assicurare al paese una nuova e costruttiva fase politica. Maturò un comune orientamento, tendente a collaborare con il partito di maggioranza nel difficile momento politico che il paese stava attraversando.

Il 22 luglio 1960 Gronchi conferì a Fanfani l'incarico di formare il nuovo governo. Nella circostanza il lavoro di Fanfani era particolarmente agevolato dal fatto che l'accordo tra i partiti era giò stato raggiunto. Prendeva corpo un governo che Moro definì delle "convergenze democratiche". Il fatto nuovo era rappresentato dalla astensione del partito socialista, dopo molti anni di dura opposizione.

L'apertura a sinistra

La realizzazione dell'apertura a sinistra, vale a dire del coinvolgimento del partito socialista nell'area di governo fu possibile grazie alle decisione assunte da socialisti e democristiani nei rispettivi congressi.

Dal 15 al 20 marzo 1961, al teatro Lirico di Milano si svolse uno dei più importanti congressi nella storia del PSI, destinato ad aprire nuovi e importanti sbocchi al quadro politico italiano, favorendo la svolta di centro-sinistra che da anni era oggetto di un lento e faticoso processo di maturazione. Il compito di Nenni, in questo Congresso, non era facile, dovendo fronteggiare l'opposizione della sinistra interna, che rifiutava qualsiasi ipotesi di collaborazione con la Democrazia cristiana.

La mozione presentata da Nenni prevalse con il 55,09% dei voti. Ribadiva il significato dell'autonomia del partito e la scelta incondizionata del metodo democratico. Il leader socialista mirava ad un governo non più risultato dell'emergenza, ma politicamente qualificato nella chiara prospettiva di una politica di collaborazione di centro-sinistra.

L'VIII Congresso nazionale della Dc

Il 27 gennaio 1962 si svolse a Napoli l'VIII Congresso nazionale della DC. La lunga relazione di Moro toccò tutti gli aspetti della vita politica italiana, ripercorse le vicende degli ultimi mesi, sottolineando il ruolo svolto dalle forze politiche, toccò i problemi internazionali e gli aspetti economici e sociali, analizzò i problemi del governo, il programma e le finalità della Democrazia cristiana, ecc. Un discorso di eccezionale ampiezza, tutto attraversato però dall'esigenza di far capire ai congressisti, la necessità di una svolta politica(3) che appariva inderogabile e necessaria per il paese e per la Democrazia cristiana.

La mozione conclusiva, che si richiamava alle tesi di Moro, venne approvata a grandissima maggioranza dal Congresso. Nel giro di un paio d'anni Aldo Moro era riuscito a condurre tutto il partito ad una svolta politica di grande significato nella storia del paese.

Estratto da "Anni felici" da "Archivio audiovisivo della Democrazia Cristiana"

Le elezioni del 1963

Gli esiti del Congresso di Napoli della DC portarono nel marzo 1962 alla formazione di un governo, presieduto da Fanfani sulla base di una coalizione DC-PSDI-PRI, con l'astensione dei socialisti. Il nuovo Governo avviò subito una serie di riforme, richieste soprattutto da parte socialista, tra le quali la più significativa fu la nazionalizzazione dell'energia elettrica, con l'obiettivo di ridurre i costi dell'elettricità e il peso dei monopoli privati. Altri provvedimenti varati dal governo Fanfani furono l'istituzione della Commissione nazionale per la programmazione economica, con il compito di preparare il programma di sviluppo economico al fine di eliminare gli squilibri economici tra le diverse aree geografiche e i diversi settori produttivi del paese. Venne inoltre proposta una nuova tassa sui dividendi azionari e sui profitti immobiliari, al fine di colpire la speculazione nelle aree edificabili delle grandi città.

Questi indirizzi programmatici ispirati alla riforma delle strutture economico- sociali del paese, subirono un primo momento di arresto con le elezioni del 28 aprile 1963, che videro una notevole flessione (- 4,1%) della DC, una più lieve flessione socialista e un consistente incremento del PCI (+ 2,6) e del PLI (+ 3,5). Apparve in quel momento difficile - soprattutto per le resistenze della sinistra del PSI - varare un governo di centro-sinistra. Il nuovo presidente della Repubblica Antonio Segni (eletto nel maggio 1962), ripiegò su un ministero di transizione, presieduto da Giovanni Leone.

Approfondimenti

1 G. Spadolini, Socialisti e cattolici

2 P. Scoppola, La difficile transizione

3 Andreotti 1962
Nel 1962 Giulio Andreotti esprime in alcuni articoli, apparsi sulla rivista «Concretezza» e raccolti in un opuscolo dalla sezione Dc di Sora, il suo punto di vista sulla linea del centro-sinistra sostenuta da Moro e Fanfani. Con l’accento ironico che caratterizza molti suoi interventi, Andreotti commenta l’operato di Aldo Moro parafrasando i titoli di due celebri encicliche di Pio XI – Casti connubii (1930) e Non abbiamo bisogno (1931).

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