L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

La riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno e gli orientamenti di politica estera

La legge Sila e la legge stralcio

Il clima di tensione che attraversarono le campagne meridionali nell'immediato dopoguerra - soprattutto in Calabria e in Puglia - spinse il Governo a varare provvedimenti di riforma agraria, destinati a modificare l'assetto delle campagne italiane. Il 4 maggio 1950 venne approvata la "legge Sila", destinata alla Calabria, ed in particolare ad una parte dell'altipiano calabro e del litorale jonico. Nell'ottobre 1950 la "legge stralcio", che riguardava il comprensorio del Delta padano, Maremma tosco-laziale, Fucino, Campania, Puglia, Lucania, Molise e Sardegna. Questa legge prevedeva un programma di scorporo e di riforma molto ampio. Complessivamente i terreni sottoposti a riforma coprivano un totale di circa 750.000 ettari, quasi tutti nell'Italia centro meridionale.

Per quanto riguarda la Sicilia la realizzazione della riforma venne demandata all'approvazione degli organi regionali. Approvata con legge della Regione il 27 dicembre 1950, il provvedimento fissava i limiti della proprietà terriera entro i 200 ettari, il vincolo per le aziende oltre 100 ettari di sviluppare ordinamenti colturali secondo le direttive degli ispettori agrari, l'obbligo della trasformazione fondiaria per tutte le proprietà superiori ai venti ettari, la diretta attribuzione dei lotti agli assegnatari senza interventi da parte degli enti di riforma. L'attuazione della legge consentì l'insediamento, nelle diverse unità produttrici (poderi, quote e lotti), di 121.621 nuclei famigliari, pari a circa trecentomila lavoratori. Furono espropriati, complessivamente, 749.210 ettari, di cui 47.942 nel Delta padano, 210.097 nella Maremma e nel Fucino, 196.937 in Puglia e Lucania, 84.865 in Calabria, 108.253 in Sicilia e 101.561 in Sardegna.

Gli obiettivi politici della riforma miravano a placare le tensioni sociali nelle campagne meridionali, cercando di mantenere la mano d'opera nelle attività agricole e di ricostruire un tessuto sociale ancorato alla campagna, partecipe e cointeressato alle sorti del sistema democratico repubblicano. Obiettivo della Dc era anche di eliminare le condizioni che favorivano il consenso al PCI e ai movimenti sindacali della sinistra da parte dei contadini poveri del Mezzogiorno.

La Cassa per il Mezzogiorno

Nel quadro della politica di riforme che caratterizza l'opera del governo De Gasperi, veniva istituita con legge del 10 agosto 1950 la Cassa per il Mezzogiorno. Questo provvedimento si poneva l'obiettivo di favorire la realizzazione di opere di infrastrutture (sistemazione dei bacini montani e corsi d'acqua, bonifiche, irrigazioni, viabilità, acquedotti, fognature ecc.), di programmazione e di sostegno ai fini dello sviluppo delle regioni meridionali e di alcune aree depresse del Centro-nord.

Nell'arco di un decennio, dal 1950 al 1960, la Cassa per il Mezzogiorno approvò 169.202 progetti, per un importo di 1.403 miliardi, dei quali 1.029 riguardavano progetti nel settore delle opere pubbliche e 374 il settore privato. Certamente non furono trascurabili i benefici di questi provvedimenti ai fini dello sviluppo del Mezzogiorno. Tuttavia le innegabili trasformazioni che il Mezzogiorno conobbe negli anni successivi al 1950, non riuscirono a sanare gli squilibri sociali ed economici delle regioni del Sud, né a colmare il dislivello nei confronti delle regioni settentrionali. Anzi, l'eccezionale sviluppo delle aree industriali del Nord, offrendo lavoro e speranze al lavoratore meridionale, incise in maniera non trascurabile nell'esodo dal Mezzogiorno che, nel giro di vent'anni avrebbe visto quattro milioni di lavoratori abbandonare la propria terra.

Altre riforme sociali

I primi anni Cinquanta vedono anche la realizzazione di altre riforme di carattere sociale: il Piano Ina-case, promosso da Fanfani, con l'obiettivo di contribuire alla soluzione del problema degli alloggi a basso costo; il Piano per il rimboschimento e per i cantieri di lavoro, tendenti a risolvere i problemi della mano d'opera; un vasto programma di addestramento professionale che, tra il 1949 e il 1952, interessò circa 270.000 lavoratori; la riforma fiscale, varata da Ezio Vanoni nel gennaio 1951, per ridurre l'evasione fiscale ed introdurre un più equo sistema di accertamento e di imposizione, che prevedeva una dichiarazione annuale dei redditi da parte del contribuente e avviava l'Italia verso un più moderno sistema fiscale.

Estratto da "Piano INA Casa" - Documentario a cura dell'Istituto Sturzo - 2003

La politica estera

Sul piano della politica estera, l'azione di De Gasperi si sviluppò sulla linea di un crescente impegno europeista(1). Il 20 novembre 1848, invitato alle Grandes Conférences Catholiques di Bruxelles affermò che l'Italia era pronta ad imporsi "quelle auto-limitazioni di sovranità che la rendono sicura e degna collaboratrice di una Europa unita in libertà e democrazia". In seguito, accolse la proposta lanciata da Schuman di una "Comunità europea del carbone e dell'acciaio" (Ceca) e partecipò alla conferenza per l'organizzazione dell'esercito europeo a Parigi, nel febbraio 1951.

Dopo l'adesione dell'Italia al Patto atlantico (1949)(2)(3), duramente contestata dalle sinistre, De Gasperi cercò di sviluppare un nesso tra europeismo ed atlantismo, pur muovendosi in un contesto internazionale reso difficile dall'inizio della guerra fredda.

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