L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

La crisi dell'unità antifascista

La svolta del 1947

Il nuovo governo formatosi dopo le elezioni per l'Assemblea costituente fu affidato ancora a De Gasperi, che diede vita ad una coalizione con la partecipazione dei tre partiti di massa (DC, PSIUP e PCI) e dei repubblicani. La scelta di De Gasperi di dar vita ad un governo rappresentativo delle maggiori forze politiche nazionali nasceva da alcune fondamentali esigenze. In primo luogo era necessario evitare spaccature politiche che avrebbero potuto avere negative conseguenze in seno all'Assemblea costituente che si accingeva a scrivere la carta fondamentale dello Stato. In secondo luogo De Gasperi non ignorava che alcune decisioni che il Governo doveva prendere in tema di politica estera, in particolare la ratifica del Trattato di pace, imponeva il più ampio consenso tra le forze politiche.

De Gasperi appare animato da preoccupazioni e timori, soprattutto per la ripresa di agitazioni di piazza, di manifestazioni di protesta contro il permanere del disagio economico e della carenza di generi alimentari. Si accusava Togliatti e il PCI di alimentare la protesta popolare, di doppiezza, di seguire un "doppio binario", partecipando al governo e contemporaneamente alimentando una azione antigovernativa nelle manifestazioni di piazza. Si aggiunga il perdurare di delitti e violenze soprattutto in Emilia, dove, a partire dalla fine della guerra, le cronache riferivano di crimini che stavano gettando nel terrore la regione e soprattutto quell'area che prese il nome di "triangolo della morte" nella campagna modenese e reggiana, dove dal 1945 al 1947 si ebbe uno stillicidio di esecuzioni sommarie (circa tremila), rimaste alcune volte impunite, motivate da vendette politiche contro ex fascisti, ma che assumevano in alcuni casi anche il carattere di vendette personali.

Estratto da "La Democrazia cristiana e la rinascita italiana" da "Archivio audiovisivo della Democrazia Cristiana"

La crisi economica e politica

Di fronte a questa situazione De Gasperi temeva di vedere il paese scivolare pericolosamente nell'illegalismo, nel rifiuto delle norme che regolano la convivenza civile, nella sopraffazione violenta, nel settarismo. A queste preoccupazioni se ne aggiungevano altre, di natura economica, soprattutto a causa della ripresa del processo inflazionistico che si manifestó nella seconda metà del 1946, provocando un nuovo aumento dei prezzi. Questa situazione suscitava critiche e accuse di immobilismo e di incapacità nel fronteggiare la situazione nei confronti del governo e di De Gasperi.

Gli umori e l'irritazione degli ambienti più moderati trovarono modo di esprimersi in occasione delle elezioni amministrative dell'autunno 1946, svoltesi in alcune delle maggiori città italiane, dove la DC perse voti a favore della destra e soprattutto del movimento dell'Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, che otteneva eccezionali risultati soprattutto nelle città del Centro-sud.

A modificare gli equilibri politici e parlamentari intervenne nel gennaio 1947 la scissione in seno al PSIUP, in occasione del Congresso del partito. La componente socialdemocratica, contraria all'alleanza con il PCI, guidata da Giuseppe Saragat, riunitasi a palazzo Barberini, diede vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), al quale aderirono 50 deputati, tra i quali figure significative del socialismo italiano quali Treves, D'Aragona e Modigliani. Dal suo canto il PSIUP riprese la antica denominazione di Partito socialista italiano (PSI). Le cause che rendevano precaria la stabilità politica erano da ricercare anche nella situazione economica del paese. L'indice generale dei prezzi tra il primo e il secondo trimestre del 1947 vide un incremento del 30,5%. L'inflazione incideva anche sul bilancio dello Stato il cui deficit raggiungeva la cifra record di 610 miliardi di lire.

La difficile situazione provocava anche manifestazioni di piazza sfociate a Messina (7 marzo), Policastro (13 aprile) e Roma (22 aprile) in scontri violenti con la polizia che provocarono anche alcuni morti. Ma l'episodio più sanguinoso si ebbe il 1º maggio in Sicilia, nella piana di Portella della Ginestra, dove erano convenuti circa 1500 contadini per celebrare la festa del lavoro. Improvvisamente, dall'alto delle colline circostanti, la folla venne investita da scariche di mitragliatrice che lasciarono al suolo undici morti e sessantacinque feriti. L'eccidio era opera di un ex militante delle formazioni separatiste, Salvatore Giuliano e della sua banda, assoldato dalla mafia e dai proprietari terrieri dell'isola che temevano l'emancipazione e la sindacalizzazione dei contadini.

Il quarto governo De Gasperi

Il 13 maggio, De Gasperi rassegnava le dimissioni, aprendo la crisi di governo. Su incarico dal presidente De Nicola, De Gasperi formò un governo monocolore, di soli democristiani, con la partecipazione di alcuni tecnici in grado di assicurare l'appoggio esterno di alcuni partiti, come i liberali Luigi Einaudi(1) e Giuseppe Grassi, il repubblicano Carlo Sforza e gli indipendenti Cesare Merzagora e Gustavo Del Vecchio. Il sostegno portato al governo, oltre che dai democristiani anche dai liberali, qualunquisti e monarchici, segnava una svolta politica di particolare rilievo, non solo perché veniva a rompere la stagione dell'unità nazionale e del tripartito, ma anche perché spostava a destra l'asse della politica nazionale. All'interno della Democrazia cristiana si sviluppava un dibattito animato dalla pubblicazione della rivista «Cronache sociali»(2)(3), voluta da Dossetti, Fanfani e Lazzati.

La politica economica di Einaudi

De Gasperi mirava a risolvere la delicata situazione economica attraverso una politica indirizzata sulla linea del modello di sviluppo ispirato alle regole del mercato. De Gasperi vide in Einaudi il tecnico in grado di restituire slancio alla produzione e alle esportazioni e di difendere la lira. Pur ispirandosi alle regole del mercato, Einaudi non era fautore di un liberismo selvaggio, ma appariva attento alla salvaguardia dell'economia dello Stato. A differenza di altri uomini della destra economica appariva libero da condizionamenti. Una personalità che rassicurava imprenditori e risparmiatori e favoriva la ripresa produttiva. Non si puó parlare quindi di una radicale svolta di politica economica o di restaurazione neoliberista.

Da parte comunista la vicenda venne vissuta con responsabilità e prudenza evitando una reazione che avrebbe potuto compromettere i lavori conclusivi dell'Assemblea costituente, creando un abisso incolmabile con la DC e con le altre forze democratiche. Ponendosi all'interno delle regole del gioco il PCI aveva modo di assumere la leadership dell'opposizione democratica e di restare in quell'area che prese il nome di "arco costituzionale".

La politica del nuovo governo consentì di migliorare la situazione economico-finanziaria. Einaudi, ministro del bilancio, attraverso una serie di interventi quali l'abolizione dei prezzi politici, l'aumento delle imposte sui capitali, sui redditi e sui consumi, il contenimento del credito bancario e il controllo della circolazione monetaria, provocò una stretta creditizia che riuscì ad arrestare la spirale inflazionistica, migliorare la bilancia dei pagamenti e dare stabilità alla moneta.

Approfondimenti

1 L. Einaudi, Il nuovo liberalismo
«La Città libera», a. 1, n.1, 15 febbraio 1945, ripubblicato in Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Olschki, Firenze 2001, pp. 119-124.

2 «Cronache sociali», n. 1
Riportiamo integralmente il primo numero di «Cronache sociali», apparso nel maggio 1947. L’intera serie della rivista – che cessò le pubblicazioni nel 1951 – è stata digitalizzata da Alberto Melloni e Michele Ciuffreda dell’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna e pubblicata dal Centro Interbibliotecario dell’Università di Bologna.

3 G. Baget-Bozzo, La scissione socialista e l'uscita di «Cronache sociali»

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