L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

Le forze politiche della nuova Italia

La Democrazia cristiana

La Seconda guerra mondiale, la crisi del fascismo, la partecipazione cattolica alla Resistenza tra il 1943 e il 1945, segnarono la ripresa del movimento politico dei cattolici in Italia dopo gli anni della dittatura e a distanza di circa venti anni dalla fine dell'esperienza del Partito popolare italiano di Luigi Sturzo. Fu Alcide De Gasperi(1)(2) a confrontarsi e misurarsi con la complessa e articolata realtà del cattolicesimo democratico italiano(3), nel quale confluirono non soltanto i vecchi esponenti del Partito popolare, quali Spataro, Piccioni, Gronchi ed altri, ma anche i giovani cresciuti in seno all'Azione cattolica, nelle organizzazioni della Fuci e del Movimento dei laureati cattolici, sotto la guida di monsignor Montini, tra i quali Moro, Andreotti, La Pira, Taviani, Gui. In questo quadro erano presenti anche uomini maturati nel clima degli studi dell'Università cattolica di Milano, come Dossetti, Fanfani e Lazzati.

Questa articolata composizione del mondo cattolico italiano, diversificata anche sul piano regionale e locale, venne ad incontrarsi, attorno ad alcuni programmi, tra i quali il più significativo redatto dallo stesso De Gasperi, con il titolo Idee ricostruttive della democrazia cristiana e diffuso nel luglio 1943. Le indicazioni del programma degasperiano si basavano sulla costruzione di "una democrazia rappresentativa espressa dal suffragio universale, fondata sulla eguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana". Il documento riaffermava, poi, la dignità della persona e la libertà delle coscienze, auspicando che, attraverso la missione spirituale della Chiesa, "il lievito cristiano fermenti in tutta la vita sociale". Si tratta di enunciazioni che si richiamano alla tradizione liberal-democratica, mediata e corretta dalla influenza delle dottrine personaliste. Sul piano economico-sociale si chiedeva la partecipazione operaia agli utili e alla gestione delle imprese, la riforma agraria basata sulla piccola proprietà contadina, la rappresentanza professionale e l'interclassismo, il decentramento amministrativo con la concessione di ampie autonomie agli enti locali.

Nel medesimo periodo di formazione della Dc si sviluppavano importanti iniziative sul piano sindacale. Dopo il raggiungimento dell'unità sindacale ("Patto di Roma", 12 giugno 1944) Achille Grandi (1883-1946) si fece promotore della fondazione delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli)(4), intese come una forma di organizzazione che, senza minacciare l'unità sindacale, garantisse la specificità della presenza dei cristiani nel mondo del lavoro.

Commento politico

La sinistra cristiana

Non mancavano, nei mesi successivi alla liberazione, anche altre espressioni politiche in campo cattolico, a cominciare dal Partito della sinistra cristiana(5)(6)(7) di Ossicini e Rodano, erede del Movimento dei cattolici comunisti, che era stato presente nella lotta di liberazione, ma che non mancava di suscitare preoccupazione e riserve in ambienti cattolici e vaticani, soprattutto per la sua prospettiva di alleanza con il Partito comunista, giudicato l'unica forza in grado di produrre un radicale cambiamento della realtà sociale e politica del paese, pur rifiutandone le premesse ideologiche ispirate al materialismo dialettico. Altre proposte venivano dal Partito cristiano sociale di Gerardo Bruni(8), fautore di un progetto di profondo rinnovamento sociale, attraverso un socialismo personalista a base cooperativa.

Ma, al di là di queste presenze, apparve subito chiaro il ruolo egemone che la DC stava assumendo nella guida politica dei cattolici italiani. Nella costruzione del partito De Gasperi volle evitare spaccature fra i cattolici, per dar vita ad uno strumento unitario. A differenza di Sturzo, che aveva impostato il PPI su un disegno programmatico, prevalse la linea del Partito unico dei cattolici. Di fronte ad un Partito comunista particolarmente agguerrito, con saldi legami internazionali, legato al Partito socialista, De Gasperi si convinse che occorreva una consistente forza politica in grado di fronteggiarne l'urto e ciò comportava un complesso rapporto con le posizioni di destra(9) dello schieramento politico italiano.

La "seconda generazione"

Un peso non trascurabile ebbe nella vita del partito la "seconda generazione", di Dossetti, Fanfani, La Pira, Lazzati, Moro, Mortati, Taviani, Tosato ed altri. Si tratta dei cosiddetti "professorini" che non avevano vissuto l'esperienza del popolarismo, si erano formati sul finire degli anni Trenta negli organismi di Azione cattolica, a contatto con le tematiche personalistiche e comunitarie espresse dal pensiero cattolico francese, ed in particolare da Maritain e da Mounier.

Commento politico

Il Partito comunista italiano

Con il ritorno di Togliatti dall'Unione Sovietica e con le indicazioni offerte con la "svolta di Salerno", la linea politica del Partito comunista italiano conobbe un radicale processo di trasformazione rispetto alla natura originaria del partito nato a Livorno nel 1921. Il PCI non voleva essere più un partito di quadri rivoluzionari, di avanguardia del proletariato, un partito a suo modo chiuso all'interno di un rigido schema ideologico, poco incline alle mediazioni e ai compromessi. Il superamento di questo indirizzo aveva trovato non poche sollecitazioni dalle linee emerse sin dal 1935 in seno all'Internazionale comunista, che aveva indicato la strada del fronte unico con i partiti antifascisti e democratici. Togliatti mirava a realizzare un partito in grado di collocarsi nell'alveo della tradizione storica dello Stato italiano, assumendo la fisionomia di partito nazionale e di governo, abbandonando vecchie chiusure settarie e adottando una linea gradualistica e di mediazione con le altre forze politiche nazionali, tenendo conto della complessa e articolata realtà della società italiana. Si trattava di una via nazionale al socialismo che doveva realizzare una "democrazia progressiva" attraverso la costruzione del "partito nuovo", una grande organizzazione popolare, democratica, interclassista, deideologizzata e forza di governo, in grado di raccogliere non solo le grandi masse del proletariato ma anche intellettuali, ceti medi, piccola e media borghesia. Secondo Togliatti il "partito nuovo" doveva essere capace "di guidare gli operai sulla nuova strada che si apriva davanti a loro e, attraverso la necessaria unità delle forze democratiche, di esercitare una funzione decisiva nella costruzione di un regime di democrazia che tenda al soddisfacimento di tutte le aspirazioni popolari". Si trattava di un nuovo corso che mirava a mettere da parte il massimalismo e il linguaggio ideologico rivoluzionario del primo dopoguerra, con l'obiettivo di non spaventare borghesia e ceti medi, anzi di coinvolgere tecnici, intellettuali, professionisti, imprenditori in un progetto che, senza distruggere la proprietà privata, ipotizzava un sistema economico di tipo misto. Un nuovo corso basato anche sulla stretta collaborazione tra comunisti e cattolici.

La prospettiva togliattiana era tuttavia destinata a scontrarsi con una serie di atteggiamenti che la rendevano, in molti casi, poco credibile e viziata da una sorta di doppiezza determinata dalla contemporanea esigenza di offrire l'immagine rassicurante di un partito aperto e disponibile alla realizzazione di una democrazia pluralista, senza, tuttavia, deludere le posizioni classiste e le attese rivoluzionarie di una ampia base del partito, e mai mettendo in discussione la adesione piena all'ideologia marxista-leninista, anzi, coltivando e rafforzando tra i militanti il mito dell'Unione Sovietica e di Stalin.

Va, comunque, riconosciuto a Togliatti il merito di aver saputo far uscire il comunismo italiano, nel secondo dopoguerra, da una prospettiva angusta, per farne un partito che, sebbene troppo a lungo vincolato a schemi e condizionamenti ideologici, e per molti anni confinato in una opposizione che sembrava non avere sbocchi, riuscì a proporsi come importante interlocutore nel dibattito e nel confronto sociale e politico nazionale, nel quale pose una tensione a suo modo etica, attorno ai valori della giustizia e della pace, con una intransigenza che diede alle sue battaglie un non trascurabile valore ideale, suscitando, accanto a profonde ostilità, il consenso o almeno l'attenzione di molti ambienti che pur non si riconoscevano nella pratica e nella ideologia del marxismo. È indubbio poi che molti italiani si riconobbero in quel partito, ne vissero la militanza con una partecipazione piena e con una convinta, anche se a volte ingenua, adesione fideistica.

I socialisti tra frontismo e autonomismo

La tradizione del socialismo italiano, che negli anni che vanno dalla fine dell'Ottocento al fascismo aveva costituito una presenza politica con profonde e solide radici nel paese, e che era stato travolto anch'esso dal totalitarismo fascista, si ricostituì in partito il 22 agosto 1943 con il nome di Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), grazie alla confluenza nel vecchio troncone del PSI (ricostituito, in esilio, a Parigi nel 1930 con la riconciliazione tra il gruppo degli unitari quali Turati, Treves e Modigliani e i massimalisti di Nenni, ed in Italia nel settembre del 1942, da Romita, Canevari, Lizzadri ed altri) del giovane Movimento di unità proletaria, fondato a Milano nel gennaio 1943 da Basso, Luzzatto e Bonfantini. Nella costruzione del partito un ruolo di particolare rilievo assunsero quegli esponenti che avevano vissuto in esilio gli anni del fascismo, in particolare Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. Questo gruppo, soprattutto nella prospettiva di Nenni, giudicava necessario non dividere le forze politiche della sinistra, sottoscrivendo, nel 1934, un patto d'unità d'azione con il PCI. La crisi provocata nel 1939 dagli accordi tra Germania e Unione Sovietica venne ricomposta nel 1943, sulla base della esigenza di evitare l'isolamento del partito, aderendo ad una alleanza che sembrava trovare conforto anche dal quadro internazionale che vedeva l'Unione Sovietica alleata delle potenze occidentali contro il nazismo e il fascismo. Restava, tuttavia, in una componente del partito, guidata da Saragat, la convinzione che obiettivo del proletariato doveva essere in primo luogo la difesa delle libertà democratiche contro ogni forma di totalitarismo. Era, inoltre, presente nel PSIUP la componente dei giovani che avevano maturato la loro adesione al socialismo nel quadro di un processo che si sviluppò verso la fine degli anni Trenta, in quel "lungo viaggio attraverso il fascismo", che portò molti di essi ad una scelta ispirata ai valori della democrazia e della libertà. Questa componente non aveva indulgenze per il passato, appariva radicale nelle sue scelte e intendeva ripartire da zero, facendo tabula rasa delle vecchie tradizioni del socialismo italiano.

Il nuovo Partito socialista rispetto al passato sembrava aver perso quel radicamento sociale, costruito grazie ad una fitta rete di organismi e di associazioni di carattere sociale, mutualistico, cooperativistico, e al ruolo che il partito aveva avuto nelle amministrazioni locali, comunali e provinciali soprattutto nell'Italia centro-settentrionale. La ricostruzione di una base di massa del partito incontrava maggiori difficoltà rispetto al passato, in quanto l'azione clandestina e di proselitismo condotta dai comunisti durante il fascismo e gli efficaci strumenti organizzativi messi in atto dal PCI sembrava aver spostato sul versante comunista una parte non trascurabile del mondo operaio e contadino, soprattutto tra i giovani.

Il Partito d'azione

Una delle novità più significative nel quadro politico che emerge nel clima della Resistenza è rappresentata dal Partito d'azione, un raggruppamento politico che trovava le sue radici in quella tradizione laico-democratica con venature radicali e in quel liberalismo progressista che da Mazzini arriva a Gaetano Salvemini e a Piero Gobetti e che fu rappresentato, negli anni del fascismo, dal movimento di Giustizia e Libertà, fondato in Francia dai fratelli Rosselli. Nel Partito d'azione confluirono accanto agli esponenti di Giustizia e libertà (quali Emilio Lussu e Aldo Garosci) anche uomini che facevano capo al movimento liberalsocialista, fondato nel 1936-1937 da Aldo Capitini e Guido Calogero.

Queste diverse confluenze in seno al nuovo partito provocarono alcune divergenze sul piano della impostazione programmatica. In particolare maturarono due diverse prospettive: la prima, che faceva capo ad Emilio Lussu, dava una maggiore accentuazione alla ispirazione socialista; l'altra componente del partito, che si ispirava principalmente ad uomini come Manlio Rossi Doria e Ugo La Malfa, auspicava una sorta di alleanza tra le forze ad ispirazione socialista e una borghesia moderna e progressista, per realizzare una grande opera di ricostruzione nazionale. Si coglie in questa visione anche una concezione vicina allo spirito del New Deal rooseveltiano, antidottrinario, programmatico, attento allo sviluppo economico e al ruolo di una borghesia aperta, liberista e antimonopolista.

Negli anni della Resistenza il PD'A individuò nei CLN la forza in grado di trasferire la sua tensione patriottica, radicale e per molti aspetti giacobina, animata da una forte carica repubblicana, quale base per un nuovo progetto politico e statuale, ispirato ad uno spirito di intransigenza nei confronti della vecchia prassi politica, delle vecchie strutture e delle vecchie istituzioni, che gli altri partiti, anche della sinistra, sembravano accettare nel clima di restaurazione che ai loro occhi si era consumato nel Regno del Sud. La parole d'ordine "Tutto il potere ai CLN" sembrò sorreggere le attese e le speranze degli azionisti, destinate, tuttavia a spegnersi nel quadro di una realtà politica che sembrò non avere il coraggio di seguirli sulla strada di un profondo e radicale rinnovamento politico e istituzionale, tanto da far maturare proprio nella riflessione dei suoi più significativi esponenti, quali Leo Valiani, la convinzione e l'immagine della "Resistenza tradita".

Gli azionisti non incontrarono nei maggiori partiti - che a differenza del Pd'A mantenevano uno stretto legame con le masse e con la realtà sociale del paese - interlocutori convinti nel seguirli su una linea di profonda rottura con il passato. La preoccupazione dei due maggiori partiti di massa, il PCI e la DC, era infatti quello di acquisire una legittimità di fronte al paese, inserendosi nell'alveo storico dello Stato liberal-nazionale, al fine di acquisire una legittimazione alla direzione del paese.

In realtà, nonostante la difficoltà che il PD'A era destinato ad incontrare nel nuovo quadro politico nazionale, non va trascurato il peso che l'azionismo ha comunque esercitato nella cultura politica italiana dalla Resistenza in poi. Il germe azionista non si spense nella coscienza del paese. Uomini come Guido Dorso, Emilio Lussu, Leo Valiani, Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Piero Calamandrei, Oronzo Reale, Francesco De Martino ed altri hanno lasciato, anche dopo la conclusione della esperienza azionista, sia pure in diversi campi d'azione, un segno profondo ed una incidenza non trascurabile nella vita democratica italiana.

La tradizione laico-democratica: i liberali

La tradizione politica del liberalismo italiano usciva fortemente ridimensionata dall'esperienza del fascismo, della guerra e della Resistenza. Il liberalismo italiano era strettamente legato alla storia politica del nostro paese dal Risorgimento al primo dopoguerra, la sua era, in altre parole, la storia della classe dirigente nazionale. Gli uomini e gli statisti più prestigiosi della storia italiana, da Cavour a Giolitti, erano espressione di quel pensiero e di quella tradizione politica moderata che aveva realizzato l'unità politica del paese e lo aveva governato per oltre mezzo secolo. Al liberalismo mancava, comunque, una tradizione di partito, inteso come organizzazione di massa, con un centro coordinatore e una articolata struttura periferica. La tradizione del liberalismo era legata soprattutto all'idea di un partito raccolto attorno a personalità significative, a circoli, a clubs.

Ma nel secondo dopoguerra l'immagine di questo partito apparve compromessa da un giudizio negativo, che addebitava al liberalismo di aver favorito e aperto la strada al fascismo nel 1922, di non aver saputo imporre la legalità di fronte ad una forza politica che mirava a scardinare le istituzioni democratico-parlamentari. Il Partito liberale era quindi destinato a conoscere, nel clima post-resistenziale, un inarrestabile declino, anche se non erano mancati durante il regime chiare posizioni ispirate ai valori democratici e di rifiuto dello statalismo e della ideologia fascista, che appariva in antitesi con il pensiero liberale. Emerse soprattutto la figura di Benedetto Croce, che, tra l'altro, aveva interpretato il fascismo come una sorta di malattia che aveva colpito il corpo sano della nazione, una parentesi che veniva ad interrompere lo sviluppo lineare della tradizione politica e liberale del paese.

Ricostituitosi ufficialmente al Congresso di Napoli del 4 giugno 1944, il Partito liberale italiano, sembrò vivere faticosamente il rapporto con le grandi formazioni di massa emergenti nel nuovo quadro politico. La concezione elitaria della politica, che caratterizzava i liberali, li poneva in un atteggiamento di diffidenza nei confronti di partiti come la DC e il PCI che sembravano aggregare grandi masse attorno a istanze religiose o ideologiche, anziché attorno a proposte politiche ispirate ad una visione laica della vita politica.

Ma all'interno del partito non mancò una dialettica che veniva a contrapporre due diverse tendenze. La posizione più tradizionale di centro-destra, si ispirava al Croce e auspicava un ritorno alla tradizione dello Stato liberale prefascista, mantenendo fermo l'istituto monarchico, visto come simbolo della tradizione risorgimentale e come garante della continuità dello Stato. Non a caso, Benedetto Croce, intervenendo al Congresso di Napoli (4 giugno 1944), richiamò il partito a ritrovarsi "nella più alta tradizione del liberalismo italiano, impersonata in Camillo di Cavour, che non solo fu un grande artefice dell'unificazione dell'Italia e del suo rinnovamento politico, ma rimane un lume in perpetuo splendente di quell'idea del suo valore universale e nella sua efficacia infinita".

La sinistra del partito, guidata da uomini come Brosio e Carandini, mirava, invece, a costruire un partito che, pur non tradendo la tradizione culturale del liberalismo, intendeva spostarlo su posizioni più progressiste, ispirate alle istanze della "Rivoluzione liberale" di Piero Gobetti, favorevoli ad una partecipazione alla guerra di liberazione a fianco delle altre forze politiche antifasciste in seno al CLN, interpretando la Resistenza come secondo Risorgimento, ed infine non escludendo una soluzione repubblicana e non nascondendo le responsabilità della monarchia nell'ascesa e affermazione del fascismo.

I repubblicani

Anche la tradizione politica e culturale del Partito repubblicano italiano affondava le sue radici nella storia dell'Italia risorgimentale e si era radicata in alcune regioni italiane, quali ad esempio la Romagna e le Marche, grazie anche ad una ampia rete associazionistica, cooperativistica e mutualistica. La riorganizzazione del partito alla caduta del fascismo, sotto la guida di Giovanni Conti, fu lenta e faticosa.

La sua rigida intransigenza antimonarchica, una certa diffidenza nei suoi confronti del Comitato centrale di liberazione nazionale, lo portò ad aderire, nel 1944, ad una Concentrazione repubblicana, formata da gruppi di ispirazione socialcomunista e dai cristiano sociali di Gerardo Bruni. Il PRI trovò, tuttavia, una sua significativa collocazione nel quadro della lotta di liberazione, con la nascita, in Lombardia, Emilia, Romagna e Liguria, di formazioni partigiane ispirate alla tradizione repubblicana, che assunsero il nome di "Brigate Mazzini" ed entrarono a far parte del CLNAI. Un ostacolo ad un più ampio sviluppo del partito va individuato nella concorrenza del Partito d'azione, che con una più moderna prospettiva sembrava ispirarsi ad una cultura politica laica, democratica, progressista e repubblicana alla quale si richiamava anche il PRI. Ma come il Partito d'azione anche i repubblicani dovettero fare i conti con l'emergere delle grandi formazioni politiche di massa, che toglievano spazio ad un partito come il PRI il cui programma era animato da istanze libertarie, autonomistiche, antistataliste e ispirate all'associazionismo sul terreno sociale. La conclusione dell'esperienza del Partito d'azione, favorì l'ingresso nel PRI di molti esponenti azionisti quali La Malfa, Parri, Salvatorelli, De Ruggiero, Oronzo Reale ed altri, offrendo al partito una identità per molti aspetti nuova e moderna, ispirata non solo alle tradizionali istanze del decentramento amministrativo, ma anche ad una visione di politica economica che si ispirava alle dottrine Keynesiane e che, in politica estera, aderiva pienamente alla scelta occidentale.

LE IDEE RICOSTRUTTIVE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Roma, 1943

Non è questo il momento di lanciare programmi di parte, il che sarebbe impari al carattere di quest'ora solenne che reclama l'unità di tutti gli italiani.

Pensiamo tuttavia che queste idee ricostruttive, ispirate alle tradizioni della Democrazia Cristiana, ma rivolte ad una cerchia più ampia e più varia, debbono fermentare già ora nel travaglio dell'aspra vigilia, affinché nel tempo della ricostruzione possano diventare le idee-forza che animeranno la volontà libera del popolo italiano.

PREMESSA INDISPENSABILE

Il regime di violenza ha investito così a fondo le stesse basi costitutive dello Stato da rendere necessaria la sua ricostruzione con nuove leggi fondamentali.

Il popolo italiano sarà chiamato a deliberare.

Pur rimettendo al suo voto ogni concreta riforma istituzionale, sin d'ora si può affermare essere profonda negli animi di tutti la convinzione che indispensabile premessa e necessario presidio dei diritti inviolabili della persona umana e di ogni libertà civile è la libertà politica.

REGIME DEMOCRATICO

La libertà politica sarà quindi il segno di distinzione del regime democratico; così come il rispetto del metodo della libertà sarà il segno di riconoscimento e l'impegno d'onore di tutti gli uomini veramente liberi.

Una democrazia rappresentativa, espressa dal suffragio universale, fondata sulla uguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana: questo deve essere il regime di domani.

Nella netta distinzione dei poteri dello Stato - efficace garanzia della libertà politica - il primato spetterà al Parlamento, come la più alta rappresentanza dei supremi interessi della comunità nazionale, e soltanto il Parlamento potrà decidere la guerra e la pace.

Accanto all'Assemblea espressa dal suffragio universale, dovrà crearsi un'Assemblea Nazionale degli interessi organizzati, fondata prevalentemente sulla rappresentanza eletta dalle organizzazioni professionali costituite nelle regioni.

Sarà assicurata la stabilità del Governo, l'autorità e la forza dell'Esecutivo, l'Indipendenza della Magistratura. Il controllo sulle fonti finanziarie degli organi di pubblica opinione darà alla stampa maggiore indipendenza e più acuto senso di responsabilità.

CORTE SUPREMA DI GARANZIA

Una Corte Suprema di garanzia dovrà tutelare lo spirito e la lettera della Costituzione, difendendola dagli abusi dei pubblici poteri e dagli attentati dei Partiti.

CREAZIONE DELLE REGIONI

La più efficace garanzia organica della libertà sarà data dalla costituzione delle Regioni come enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell'attività statale. Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra queste rappresentanze elettive e gli organi statali risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale.

Nell'ambito dell'autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole. Il corpo rappresentativo della Regione si fonderà prevalentemente sull'organizzazione professionale; mentre per quello del Comune, restituito a libertà, sarà elemento prevalente il voto dei capi di famiglia.

VALORI MORALI E LIBERTA' DELLE COSCIENZE

Consapevoli che un libero regime sarà saldo solo se fondato sui valori morali, lo Stato democratico tutelerà la moralità, proteggerà l'integrità della famiglia e coadiuverà i genitori nella loro missione di educare cristianamente le nuove generazioni. Questa stessa nostra tremenda esperienza conferma che solo lo spirito di fraternità portato e alimentato dal Vangelo può salvare i popoli dalla catastrofe a cui li conducono i miti totalitari.

E' quindi particolare interesse della democrazia che tale lievito cristiano fermenti in tutta la sua vita sociale, che la missione spirituale della Chiesa Cattolica si svolga in piena libertà, e che la voce del Romano Pontefice, levatasi così spesso in difesa della dignità umana, possa risuonare liberamente in Italia e nel mondo.

Contro ogni intolleranza di razza e di religione, il regime democratico serberà il più riguardoso rispetto per la libertà delle coscienze. E' in nome di essa, oltreché per le tradizioni del popolo italiano, che lo Stato riconosce efficacia giuridica al matrimonio religioso e assicura la libertà della scuola che può essere mortificante strumento di partito.

LA GIUSTIZIA SOCIALE

Oggi, in mezzo a tante rovine, si impone ineluttabile il pensiero che dovendosi ricostruire un mondo nuovo, il massimo sforzo sociale debba essere diretto ad assicurare a tutti non solo il pane e il lavoro, ma altresì l'accesso alla proprietà.

Bandito per sempre, utilizzando tutte le forze sociali e le risorse economiche disponibili, lo spettro della disoccupazione, estese le assicurazioni sociali, semplificato il loro organismo e decentrata la loro gestione che va affidata alle categorie interessate, la meta che si deve raggiungere è la soppressione del proletariato. A tal fine importanti riforme si imporranno nell'industria, nell'agricoltura, nel regime tributario.

Nell'industria

Sarà attuata la partecipazione con titolo giuridico dei lavoratori agli utili, alla gestione e al capitale d'impresa. Le forme concrete di questa partecipazione e cooperazione dovranno essere realizzate salvaguardandosi la necessaria unità direttiva dell'Azienda e riducendo rischi e sperequazioni fra le varie categorie degli operai con provvedimenti di solidarietà e di compensazione.

Oltre queste misure di accesso alla proprietà aziendale, altri provvedimenti dovranno essere presi con la finalità di deproletarizzare la classe operaia, assicurando tra l'altro alla famiglia operaia la casa e garantendo agli operai la possibilità di avviare i loro figli meritevoli agli studi medi e superiori, affinché i migliori fra di loro diventino i dirigenti industriali di domani.

Questa politica sociale, diretta a dare al lavoro l'adeguato riconoscimento, è in piena rispondenza con la politica economica richiesta dalla particolare condizione del nostro Paese che - povero di risorse naturali - deve contare sul massimo sforzo produttivo della classe operaia, congiunto allo spirito creativo dei tecnici ed alla iniziativa degli imprenditori.

Tale politica è in armonia con lo stato presente del nostro sviluppo industriale.

Le statistiche ci indicano invero che in Italia l'artigianato, la media e piccola industria prevalgono ancora sulla grande industria a carattere essenzialmente capitalistico e spesso monopolistico. E' quindi criterio di sano realismo promuovere e rinforzare questa struttura economica, della quale l'iniziativa privata ed il libero mercato costituiscono gli elementi propulsori.

Ma poiché anche per la libertà economica valgono i limiti dettati dall'etica e dall'interesse pubblico, lo Stato dovrà eliminare quelle concentrazioni industriali e finanziarie che sono creazioni artificiose dell'imperialismo economico; e modificare le leggi che hanno favorito fin qui l'accentramento in poche mani dei mezzi di produzione e della ricchezza. Esso tenderà inoltre alla demolizione dei monopoli che non siano per forza di cose e per ragioni tecniche veramente inevitabili, e, a quelli che risulteranno tali, imporrà il pubblico controllo; o, se più convenga - e salva una giusta indennità - li sottrarrà alla proprietà privata, sottoponendoli preferibilmente a gestione associata; e questo non come un avviamento al sistema collettivista nei cui benefici economici non crediamo e che consideriamo lesivo della libertà, ma come misura di difesa contro il costituirsi ed il permanere di un feudalismo industriale e finanziario che consideriamo ugualmente pericoloso per un popolo libero.

In un ordinamento bancario meglio rispondente alle esigenze della economia nazionale dovranno avere particolare rilievo gli istituti di credito specializzato e le banche regionali per l'incremento della agricoltura e dell'industria locali.

Questa politica economica sarà possibile senza improvvisazioni rivoluzionarie, date le condizioni attuali nel campo industriale, finanziario e bancario e l'esistenza di taluni Istituti che, creati con spirito e scopo di dominio politico, potranno, opportunamente modificati, essere indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e ad impedirne il concentramento in poche mani.

Nell'agricoltura

Una prima mèta si impone: la graduale trasformazione dei braccianti in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo esigano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale.

Salvi necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire la costituzione di una classe sana di piccoli proprietari indipendenti.

L'attuazione di tale riforma, con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli aspetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze regionali.

Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l'acquisto e la conduzione diretta dei fondi.

Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare finalmente effettiva attuazione.

Nel regime tributario

Una migliore distribuzione della ricchezza dovrà essere favorita anche da una riforma del sistema fiscale. Unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio della progressività, coll'esenzione delle quote minime, costituirà il perno fondamentale del sistema tributario, e uno dei mezzi per impedire la esorbitante concentrazione della ricchezza.

Altro mezzo per fornire l'accesso dei lavoratori alla proprietà dovrà trovarsi in una riforma del diritto di successione, chiamando, in determinati casi, i lavoratori a concorrere alla eredità delle imprese e delle terre fecondate dal loro lavoro.

Riforme, queste, che dovranno essere precedute da provvedimenti di emergenza, quale l'incameramento dei sopraprofitti della guerra e del regime fascista, e accompagnate da provvedimenti che dovranno tenere nella doverosa giusta considerazione la consistenza delle classi medie, i risparmi, frutto del lavoro e della previdenza, e le dotazioni delle istituzioni di utilità sociale.

RAPPRESENTANZA PROFESSIONALE DEGLI INTERESSI E DEMOCRAZIA ECONOMICA

Siamo contro il ritorno ai metodi della lotta di classe, ma anche contro l'attuale macchinoso sistema di burocrazia corporativa che sfrutta, a scopo di dominio politico, l'idea democratico-cristiana della libera collaborazione organica di tutti i fattori della produzione. Garantita anche nel campo sindacale ampia libertà d'associazione, alcune funzioni essenziali, quali la conclusione e la tutela dei contratti collettivi e la soluzione dei conflitti del lavoro mediante l'arbitrato obbligatorio, saranno riservate a organizzazioni professionali di diritto pubblico, comprendenti, per iscrizione d'ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria, i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi.

Oltre a questo compito interno, specificatamente sindacale, le professioni organizzate saranno chiamate a una funzione più vasta, a costituire cioè, sotto l'alta vigilanza dello Stato, lo strumento di propulsione e direzione della nuova economia e a tale scopo, raggruppate in grandi unità saranno - come si è già detto - la base delle rappresentanze degli interessi e nomineranno loro rappresentanti nelle Regioni e, a mezzo di essi, nella seconda Assemblea Nazionale.

In questo sistema di suffragio economico, integrativo del suffragio politico, sarà garantita una adeguata rappresentanza alle categorie dei tecnici e delle libere professioni e una rappresentanza speciale ai consumatori.

RICOSTRUZIONE DELL'ORDINE INTERNAZIONALE SECONDO GIUSTIZIA

Ogni piano d'interno rinnovamento si ridurrebbe però a vana utopia se la pace futura si basasse su un "diktat" e non su principi di ricostruzione secondo giustizia.

Autorevoli voci e quella augusta del Sommo Pontefice ne hanno indicato i principi.

Una "Dichiarazione dei diritti e dei doveri delle Nazioni" dovrà conciliare nazione e umanità, libertà e solidarietà internazionale. Il principio dell'autodecisione sarà riconosciuto a tutti i popoli, ma essi dovranno accettare limitazioni della loro sovranità statale in favore d'una più vasta solidarietà fra i popoli liberi.

Dovranno quindi essere promossi organismi confederali con legami continentali e intercontinentali.

Le società nazionali rinunzieranno a farsi giustizia da sé ed accetteranno una giurisdizione avente mezzi sufficienti per risolvere pacificamente i conflitti inevitabili.

LA NUOVA COMUNITA' INTERNAZIONALE

La Società delle Nazioni è fallita per inadeguatezza d'istituzioni e di mezzi.

Per non ripetere tale esperienza, la nuova Comunità dovrà avere compiti più precisi, mezzi più efficaci ed una struttura più adeguata alla realtà. Fondata su un corpo più deliberante, costituito da delegazioni governative e da rappresentanze popolari più dirette, essa avrà nel Consiglio il suo organo esecutivo e il suo organo giudiziario nella Corte di Giustizia internazionale.

Sue funzioni politico-giuridiche

La nuova Comunità dovrà procedere al disarmo progressivo e controllato sia dei vinti che dei vincitori e attuare l'arbitrato obbligatorio, valendosi per applicare e far rispettare le decisioni internazionali, anche di quegli strumenti militari che nei vari Paesi, oltre le forze di polizia, potranno sopravvivere a scopo di difesa.

Sua funzione inderogabile sarà anche quella di rivedere i trattati ingiusti ed inapplicabili e promuovere modificazioni. Rientrerà altresì nei suoi compiti la codificazione del diritto internazionale ed il coordinamento dei singoli diritti nazionali con tendenza ad allargare il concetto di cittadinanza.

Funzioni politico-economiche della Comunità internazionale

Bisogna affermare che per eliminare le nefaste rivalità fra le potenze colonizzatrici, s'impone il trasferimento dei territori di natura strettamente coloniale alla Comunità internazionale, la quale, stabilito il principio della porta aperta, disciplinerà il libero accesso alle colonie, avendo di mira il progresso morale e l'autogoverno dei popoli di colore.

Per assicurare poi a tutti i popoli le condizioni indispensabili di esistenza, è necessario garantir loro un'equa ripartizione delle materie prime sopprimendo i privilegi e favorendo gli acquisti da parte delle Nazioni meno abbienti; stabilire la libertà di un'emigrazione, disciplinata non solo da trattati, ma anche dalla legislazione internazionale del lavoro; accordare a ogni popolo la libertà delle vie internazionali di comunicazione e, eliminando gradualmente le autarchie e i protezionismi, tendere ad una sempre più larga attuazione del libero scambio. Un organismo finanziario, promosso dalla Comunità internazionale, potrà avere la funzione di agevolare la stabilizzazione delle monete, la disciplina del movimento internazionale dei capitali e la cooperazione fra gli istituti bancari.

LA POSIZIONE DELL'ITALIA

Il Popolo italiano, al quale, come è stato da ogni parte solennemente ammesso, non sono imputabili guerre di conquista, attende pieno di riconoscimento della sua indipendenza e integrità nazionale, e nella Comunità internazionale reclamerà il posto dignitoso che gli è dovuto per la sua civiltà, per il suo contributo al progresso umano e per la laboriosità dei suoi figli.

Le esigenze di vita del popolo italiano e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa: acceder alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo. Così l'Italia, superata la crisi del suo libero reggimento, ed in tal modo riacquistando nuova dignità spirituale e politica, collaborando lealmente nella Comunità europea, potrà riprendere la sua secolare funzione civilizzatrice.

Approfondimenti

1 G. De Rosa, De Gasperi statista

2 P. Scoppola, De Gasperi tra passato e presente

3 A. Giovagnoli, Chiesa e Dc

4 La Nascita delle Acli

5 Il Comunismo e i Cattolici
L’opuscolo Il comunismo e i Cattolici, apparve anonimo a Roma nel maggio 1944; il suo contenuto, di circa 150 pagine, esprime l’orientamento di un gruppo di giovani intellettuali, provenienti per lo più dal liceo Visconti di Roma, ai quali si era aggiunto Felice Balbo, formatosi al liceo Augusto Monti di Torino. Dell’opuscolo riportiamo la parte iniziale, composta dall’Avvertenza e dal capitolo Religione e politica. Seguivano le sezioni Il materialismo storico, La soluzione comunista, Le obbiezioni, Materialismo dialettico e materialismo storico, Il movimento dei cattolici comunisti, Lotta antireligiosa e «politica cattolica».

6 Scioglimento del partito della sinistra cristiana
Le posizioni politico-culturali del gruppo cattolico-comunista avevano destato forti preoccupazioni nelle autorità ecclesiastiche; tra i vari richiami ed interventi spiccava la nota pubblicata sull’Osservatore romano il 2 gennaio 1947. Parallelamente, all’interno del gruppo era iniziato un dibattito interno che portò alla decisione di sciogliere il partito, del quale riportiamo il documento finale.

7 Del Noce, Il cattolico comunista
Il filosofo Augusto Del Noce (1919-1989) si era avvicinato nei primi anni Quaranta alle posizioni cattolico-comuniste attraverso il contatto personale con Felice Balbo e Franco Rodano. In queste pagine del suo volume Il cattolico comunista (1981), dopo aver descritto gli aspetti che ritiene più singolari ed innovativi delle loro tesi, espone le ragioni che lo indussero a non aderire al loro movimento.

8 G. Bruni, Il nostro impegno

9 Setta, I Cattolici dopo il Fascismo: Verso l'egemonia

Istituto Luigi Sturzo
Via delle Coppelle, 35, 00186 Roma
Tel. +39.06.6840421
Fax +39.06.68404244
infopoint@sturzo.it