I Cattolici e
la questione nazionale

Dalla crisi di fine secolo all'età giolittiana

La crisi sociale e i moti popolari nel Mezzogiorno

Il 6 marzo 1898 un fatto nuovo e imprevisto venne ad aggravare la situazione. Felice Cavallotti (1842-1898) fu ucciso in duello dal deputato crispino Ferruccio Macola. La morte di Cavallotti, popolare uomo politico radicale, letterato, chiamato il "bardo della democrazia" per le sue memorabili battaglie parlamentari, scosse le coscienze di molti italiani.

Un malessere ancor più profondo agitava il paese in vari settori economici. L'aumento del flusso migratorio era l'indice più evidente del disagio: gli emigranti passarono dai 222 mila del periodo 1886-90 ai 310 mila del 1896-1900. Sempre più alto era il numero di emigrati dalle regioni meridionali. Chi restava nelle proprie terre sfogava spesso la sua protesta in insurrezioni isolate, ma violente.

Il meridionalista Giustino Fortunato (1848-1932) così descrisse questi moti popolari che periodicamente si verificavano nei paesi e nelle campagne meridionali: «Assalto al municipio, devastazione e distruzione dell'archivio; poi arrivo de’ carabinieri o de’ soldati, sassate della folla, scariche di fucili dalla truppa. La folla retrocede imprecando, lasciando sul terreno morti e feriti. Interrogazioni alla Camera, trasferimenti di funzionari, dimissioni del sindaco, processo e condanna degli arrestati. E la quiete ritorna. Passano settimane e mesi, ma, di un tratto, in un altro comune è la stessa storia».

Lo stesso Fortunato avvertiva, nel maggio 1897, come nel Mezzogiorno vi fosse nell'aria «qualche cosa, di quell'afa che annunzia e che precede gli uragani, qualche cosa, non so, come una tempesta sorda di odii e di rancori, che non può a quanti aborrono, come io aborro, dalla violenza, non farci paventare e prevenire il pericolo».

La crisi economica e l’ondata di dimostrazioni del 1898

Nel Nord, le più efficienti organizzazioni dei socialisti e dei repubblicani spinsero gli operai al frequente ricorso allo sciopero per denunciare il disagio economico. Il governo stava perdendo completamente il controllo del paese, mentre la situazione economica andava sempre più aggravandosi. Il raccolto del grano del 1897 era stato disastroso in tutta Europa. Nell'aprile del 1898 la guerra ispano-americana aveva determinato l'aumento dei noli marittimi, per cui il prezzo del grano salì a 37 lire il quintale, rispetto alle 22,60 del 1896. Il governo, anziché abolire il dazio, lo ridusse in misura limitata (da 7,50 a 5 lire il quintale) e quando, il 5 maggio 1898, decise di abolirlo, la situazione non era più controllabile.

Negli ultimi giorni di aprile del 1898 un'ondata di dimostrazioni percorse il paese: dalla Puglia all'Emilia alla Toscana alla Lombardia. A Milano il moto popolare toccò le punte di più acuta tensione. Si trattò, come per parecchi dei moti scoppiati in Italia negli ultimi anni del XIX secolo, di una rivolta che aveva molte delle caratteristiche di quei movimenti non ispirati da particolari ideologie e che per il loro carattere di estrema mutabilità un'espressione inglese definisce mob, cioè, per usare le parole di Hobsbawm, «movimento di tutte le classi proletarie cittadine al fine di ottenere, mediante un'azione diretta (cioè mediante insurrezioni e ribellioni), riforme di natura economica o politica».

La reazione del governo: la repressione guidata da Bava Beccaris

Il governo, impaurito e spaventato da questa che fu chiamata "protesta dello stomaco", fece intervenire l'esercito. Dal 7 al l0 maggio a Milano si combatté per le strade. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris, cui era stato affidato il compito di reprimere la rivolta, proclamò lo stato d'assedio e affrontò a cannonate i dimostranti. Secondo le cifre ufficiali si ebbero 80 morti tra i civili e 2 tra le forze dell'ordine; i feriti furono 450. Seguì un'ondata di arresti che non aveva precedenti nella vita politica dell'Italia unita.

Vennero arrestati non solo socialisti (i quali, del resto, non avevano organizzato il moto, che fu spontaneo), ma anche repubblicani, radicali, cattolici e perfino alcuni liberali indipendenti. Furono sciolte associazioni sindacali, Camere del lavoro, cooperative, 70 comitati diocesani, 2500 comitati parrocchiali e altre organizzazioni cattoliche; furono soppressi 50 giornali socialisti, 25 cattolici, 10 repubblicani, 3 anarchici e altri di diverso orientamento, tra cui lo stesso foglio monarchico «Il mattino» di Napoli. Fra gli arrestati vi erano i nomi di tutti i più importanti esponenti dei movimenti d'opposizione: i socialisti Turati, Anna Kuliscioff, Bissolati, Costa e Lazzari, il cattolico don Davide Albertario, direttore dell’«Osservatore cattolico» di Milano, il repubblicano De Andreis, il radicale Romussi, direttore de «Il secolo» di Milano. Il tribunale di Milano comminò condanne severe, tra cui 12 anni a Turati e De Andreis, 4 anni a Romussi, 3 a don Albertario, 2 alla Kuliscioff. Di fronte alla sanguinosa e dura repressione, il re concesse al generale Bava Beccaris la croce di grande ufficiale dell'ordine di Savoia per i suoi servizi resi alle "istituzioni e alla civiltà".

Il governo Pelloux e l’uccisione del re Umberto I

Il nuovo governo, presieduto dal generale Luigi Pelloux (1839-1924), inasprì la situazione presentando alla Camera progetti di leggi restrittive della libertà di stampa e di associazione. La discussione alla Camera trovò la tenace opposizione delle sinistre, che introdussero per la prima volta nella storia parlamentare la tattica dell’ostruzionismo, mirante a ostacolare e dilungare la discussione con tutti i mezzi concessi dal regolamento delle Camere. Il tentativo di Pelloux, inteso a ridurre la forza delle opposizioni e i poteri del Parlamento a vantaggio del potere esecutivo e della monarchia (il disegno, cioè, già elaborato dal Sonnino) trovò la ferma opposizione non solo dell'estrema sinistra, ma anche delle correnti più democratiche del liberalismo, capeggiate da Giolitti.

Le elezioni politiche del giugno 1900 segnarono la fine del gabinetto Pelloux. Nel nuovo Parlamento 116 seggi andarono alla sinistra liberale, 96 all'estrema sinistra e 296 alla maggioranza liberale-moderata, che risultò notevolmente ridimensionata dal successo delle opposizioni. Il re Umberto I, succeduto al padre Vittorio Emanuele II nel 1878, il 29 luglio 1900 venne ucciso a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, che intendeva con il suo gesto vendicare i morti del 1898. L'atto delittuoso suscitò la riprovazione unanime del paese e fu l'ultimo tragico episodio della lunga crisi che aveva travagliato la vita politica italiana negli ultimi dieci anni dell'Ottocento.

Il governo Zanardelli-Giolitti, formato all'alba del XX secolo, segnò l'inizio di un nuovo clima politico e di un nuovo metodo di governo, che, pur tra inevitabili contrasti, durò sino alla vigilia della Prima guerra mondiale, permettendo al paese di progredire sul piano economico e sociale.

Le nuove forze politiche e sociali: i socialisti e i cattolici

Alla fine dell’Ottocento la vita politica e sociale italiana venne attraversata da una grave crisi, destinata a modificare gli equilibri politici maturati negli ultimi decenni del secolo, nel corso dei quali si era affermata una visione autoritaria del potere, che mirava principalmente a contenere le spinte e le rivendicazioni sociali. In particolare, il partito socialista fondato nel 1892 da Filippo Turati, aveva superato la vecchia visione anarchica, proponendosi come forza riformista, con un programma che rivendicava migliori condizioni di vita e di lavoro per le masse operaie e contadine.

Anche i cattolici stavano superando la fase della protesta per la “questione romana” e grazie al movimento della prima democrazia cristiana, promosso da Romolo Murri, che si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa e alla Rerum novarum di Leone XIII, chiedevano il riconoscimento delle libere associazioni dei lavoratori, il decentramento amministrativo, la protezione del lavoro, la difesa della piccola proprietà contadina, la diminuzione delle spese militari, la riforma tributaria, il disarmo generale e la fratellanza tra i popoli.

L’avvento di Giolitti e la scelta liberale

Il nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III (1900-1946), nel febbraio del 1901 chiamò alla guida del governo Giuseppe Zanardelli, un esponente della sinistra liberale. Troviamo al suo fianco, come ministro dell’interno, Giovanni Giolitti, destinato ad assumere di lì a poco, il 3 novembre 1903 la presidenza del consiglio. Giolitti aveva già retto, nel 1892-93, le redini del governo, ma era stato travolto sia dalla crisi dei fasci siciliani che dallo scandalo della Banca Romana.

L’avvento di Giolitti segnò una fase di passaggio significativa nella storia politica italiana. Egli non aveva mancato, in più occasioni di manifestare la convinzione che di fronte alle agitazioni, agli scioperi e alle rivendicazioni economiche delle classi lavoratrici, lo Stato doveva svolgere il ruolo di giudice e di mediatore, senza assumere la difesa di una parte o dell’altra.

Nel corso della formazione del suo governo, Giolitti invitò anche Filippo Turati, leader del partito socialista, ad entrare a far parte del suo ministero, al fine di allargare la base politica del governo e rendere partecipi i socialisti nella vita dello Stato. Turati rifiutò, giudicando ancora prematuro un tale coinvolgimento del suo partito, anche se non mancò in seguito di sostenere i provvedimenti e le riforme di Giolitti a vantaggio del mondo del lavoro.

L’avvio del nuovo governo conobbe tuttavia alcune difficoltà, allorché, nell’estate del 1904, il clima sociale venne turbato da una serie di agitazioni e scioperi in Sicilia a Castelluzzo e in Sardegna a Buggerru, nel corso dei quali la forza pubblica intervenne provocando la morte di alcuni dimostranti. Seguì uno sciopero nazionale, dal 15 al 20 settembre 1904, che provocò timori e reazioni da parte di ambienti borghesi e moderati che cercarono di spingere Giolitti ad una prova di forza con i lavoratori in sciopero.

Giolitti preferì evitare lo scontro, decidendo di sciogliere la Camera e indire nuove elezioni (6-13 novembre 1904), dalle quali risultò rafforzata la maggioranza parlamentare giolittiana, mentre l’estrema sinistra uscì con una leggera flessione.

Le diverse anime del socialismo

Il nuovo indirizzo impresso da Giolitti alla politica italiana, trovò un atteggiamento disponibile in Turati, che cercò di spingere il governo sulla via delle riforme a vantaggio del proletariato, abbandonando la protesta sterile e impaziente. La tacita intesa tra la componente riformista del socialismo italiano e Giolitti rappresentò una base non trascurabile nella realizzazione, in quegli anni, di una serie di riforme sociali a favore delle classi lavoratrici. Vennero emanati provvedimenti a tutela dell’invalidità e vecchiaia, del riposo festivo, degli infortuni sul lavoro, vennero fissate norme che regolavano il lavoro delle donne e dei fanciulli, evitando forme di sfruttamento che avevano segnato la prima fase dell’industrializzazione italiana. Nel 1906 venne costituito il Consiglio superiore del lavoro, che doveva affrontare e risolvere i conflitti tra imprenditori e lavoratori.

A contrastare la linea di Turati in seno al partito socialista troviamo, sulla destra, Ivanoe Bonomi, maggiore esponente della corrente che si ispirava al revisionismo di Eduard Bernstein, leader della socialdemocrazia tedesca, che auspicava un socialismo integrato nello sviluppo capitalistico e nelle istituzioni politiche dello Stato borghese. Sulla sinistra troviamo, invece, la corrente massimalista e rivoluzionaria guidata da Enrico Ferri e la corrente dei sindacalisti rivoluzionari di Enrico Leone e Arturo Labriola, che si ispiravano alle teorie di Georges Sorel, che interpretava l’arma dello sciopero generale come strumento rivoluzionario.

Particolare rilievo assunse, poi, nel 1906 la nascita della Confederazione generale del lavoro (CGL), il primo sindacato ad ispirazione socialista, che aveva raccolto nel suo seno le varie camere del lavoro e leghe contadine presenti nel paese.

Pio X scioglie l’Opera dei congressi

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento l'Opera dei congressi e dei comitati cattolici (la vecchia organizzazione del laicato cattolico, nata nel 1874), visse al suo interno una profonda frattura tra i giovani democratico cristiani e le correnti ancora legate alle istanze del vecchio intransigentismo.

Lo scontro si ebbe nel 1903, al congresso di Bologna dell'Opera, ove la componente democratico cristiana portò alla ribalta problemi nuovi. Si parlò di leghe cattoliche del lavoro, di femminismo, di rappresentanze di classe, di questione meridionale. Il nuovo pontefice, Pio X, eletto nell’agosto 1903, di fronte a questa frattura, giudicò opportuno sciogliere, dopo trenta anni di vita, la vecchia organizzazione che aveva guidato il laicato cattolico italiano.

L. Sturzo, Perché si combatte, in «La Croce di Costantino», 2 luglio 1899

Non ammetto la mala fede nel nostro campo: il supporla è un ol­traggio; però son convinto che molti cattolici combattono la democra­zia cristiana, perché non la conoscono, né si danno la pena di cercar di sapere che cosa sia e che natura abbia. E siccome ogni cosa nuova sol­leva necessariamente delle polemiche, avviene sovente che, per l'intem­peranza dell'una parte e dell'altra, si falsino i concetti e si destino delle perplessità, con un seguito di diffidenze, recriminazioni, sospetti; dai quali, a uscir sana la verità, ci pena, se non resta soffocata dalle grida assordanti di certe pretese oche del Campidoglio, che gridano tanto pel Gallo che assalta la rocca, come per Camillo che vi entra trionfante.

È perciò che ho intenzione di esporre su queste colonne il genuino e puro concetto della Democrazia Cristiana. Però, è necessità assodare certi fatti e togliere certe difficoltà, che corrono nella mente di tutti. Lo farò in questo articolo, con criterii obiettivi, perché voglio esser alieno dai personalismi e dai pettegolezzi.

È un fatto assodato, indiscutibile, che deve chiuder la bocca a coloro che aspettavano (e anche aspettano tutt'ora!) il verbo del Vaticano, che il S. Padre nell'allocuzione ai pellegrini francesi ha benedetto la Demo­crazia cristiana, colle memorande parole: «Se la Democrazia vuoi essere cristiana, essa darà alla vostra patria un avvenire di pace di pro­sperità e di felicità». E nel benedirla ha egli stesso delineata la natura di questa democrazia che è l'antidoto, il rimedio contro la democrazia socialistica.

Altri atti pontificii si collegano a questo: ma noi ci atteniamo al documento ufficiale, l'unico in proposito. E se prima di essi eravamo sicuri del fatto nostro per forza di ragioni, ora lo siamo anche e di più per la voce del supremo Pastore delle anime.

La legittima conseguenza si è che anche quei cattolici che o non comprendono o non hanno fiducia o non accettano il nostro programma e la tessera della Democrazia cristiana, devono lasciarci in pace e non combattere cosa che è stata benedetta e perciò approvata dal Papa. Noi invochiamo questa neutralità in nome di un alto principio riflesso: l'ossequio riverente agli atti pontifici.

E veramente sembrava che dopo l'allocuzione di Leone XIII ai pel­legrini francesi non vi dovesse essere più quistione. Pure sono sorte tante difficoltà e tali diffidenze e accuse, che molti in buona fede ci com­battono, anche adesso, e vorrebbero impedire la nostra propaganda.

1a accusa: «La democrazia cristiana che si diffonde in Italia, non è quella benedetta del Papa; perché non vuole aderire all'Opera dei congressi, opera voluta dal Papa».

Questa difficoltà procede dal confondere l'organismo delle forze cat­toliche in Italia, con la sostanza di un programma. La Democrazia Cri­stiana, riguardata come programma sociale, economico, giuridico e poli­tico, è stata benedetta dal Papa; e sta bene in Italia, come in Francia, in Germania, nel Belgio e altrove.

L'organizzazione, poi, delle forze cattoliche italiane o nel seno del­l'Opera dei congressi o in opere diverse e a quella aderenti, perché volontà del Papa, è dovere dei cattolici italiani. Né i democratici cri­stiani, per questo stesso che son tali, non possono o non vogliono lavo­rare nel seno dell'Opera dei congressi. E se alcuni han mosso degli ap­punti alla natura dell'Opera e alle persone, ciò prova che le opere cat­toliche sono perfettibili, e che in fin dei conti, possono, in mezzo a molti pregi, aver dei difetti. Del resto, gli intemperanti, come i fanatici, si trovano da per tutto, nell'uno e nell'altro campo; né i difetti o gli errori personali devono cadere sopra i programmi e le opere benedette dal Papa. E se a noi è lecito dire la nostra parola, desideriamo che l'Opera dei congressi cessi dalle diffidenze per la democrazia cristiana, e che i democratici cristiani cessino dalla critica all'Opera dei congressi; ma di buon volere, lavorino coi pratici intendimenti, a democratizzare lo spi­rito delle nostre associazioni cattoliche e a dar loro un movimento più accentuatamente popolare.

2a accusa: «I democratici cristiani d’Italia corrono troppo in avanti con teorie spinte, che sanno anche di socialismo».

Rispondo: se è vero, provatelo. In ogni caso distinguete la democrazia cristiana come programma, dalle persone, che possono sbagliare; confutate quelle teorie che voi dite erronee, teorie che, in fin dei conti, apparterrebbero a Tizio o a Caio, non ai democratici cristiani d’Italia; i quali si gloriano di avere a capo il prof. Toniolo, il conte Medolago-Albani e la Rivista internazionale, diretta da mons. Talamo e benedetta per giunta, e sostenuta dal Papa.

3a accusa: «II Papa ai cattolici italiani ha detto che il loro pro­gramma d'azione è religioso e sociale, rimanendo nelle presenti condi­zioni di cose, estraneo alla politica; i democratici cristiani invece vo­gliono anche il programma politico ».

Questione di parole: il S. Padre nel designarci il campo d’azione esclude la politica parlamentare, per le presenti condizioni di cose. Però, la parola sociale riguarda anche la società politica, in tutte le sue at­tinenze. Noi, quindi, diciamo che nel programma della democrazia vi entra la politica, esclusa l'azione parlamentare; perché ossequienti al divieto pontificio. L'una parola vale l'altra; noi non possiamo aderire all'ordine presente di cose e concorrervi col nostro aiuto; ma possiamo e dobbiamo come per la legislazione religiosa d'Italia, così per la legislazione sociale, agire extraparlamentarmente, influendo sull'opinione pubblica nei modi concessi dalla legge. E questa è politica voluta dal Papa, come è politica voluta dal Papa la petizione ai due rami del Parlamento contro la pre­cedenza del rito civile al matrimonio religioso. 4a accusa: «I democratici cristiani d'Italia non mettono in cima ai loro pensieri la causa papale e nel più fervido dei loro affetti l'amore' al Papa».

Veramente uomini che amino il Papa e difendano la causa papale come il Toniolo, l'Albertario, Medolago-Albani e tutti gli altri democratici cristiani, non si trovano così facilmente; però, nel programma della democrazia cristiana, che ha per obbietto la restaurazione sociale del popolo, nei suoi lati economico, giuridico e politico, basati sui prin­cipi religiosi del cattolicismo, non vi può essere un articolo diretto sulle condizioni fatte dalla rivoluzione alla S. Sede; come non può entrare in uno statuto della Lega contro la bestemmia. Ma come è possibile che i cattolici italiani (siano democratici o conservatori) se veramente cat­tolici, non amino il Papa e non osservino rigorosamente il non expedit,la protesta vera contro la rivoluzione, e l'unica cosa che dobbiamo e possiamo fare in proposito, lasciando il resto a Dio e al suo Vicario?

Via! Sono accuse gratuite e irrazionali, che se non ci mettessero in sospetto presso molti, non avremmo confutate.

Tolte di mezzo le ombre, le diffidenze, i sospetti, possiamo con maggiore fiducia parlare della natura e del programma della demo­crazia cristiana: e lo faremo, se il lettore ci seguirà benevolo.

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