I Cattolici e
la questione nazionale

La Democrazia cristiana e il conservatorismo liberale

La repressione dei Fasci siciliani e il fallimento della politica coloniale di Crispi

Dopo le dimissioni di Giolitti, il primo impegno del nuovo governo Crispi fu la radicale soluzione della questione siciliana. Il presidente del Consiglio passò alla maniera forte: il 3 gennaio 1894 proclamò in Sicilia la legge marziale, inviandovi 40 mila soldati. Seguirono arresti in massa, un migliaio di persone inviate al confino senza processo, la limitazione della libertà di stampa e di associazione; il capo dei Fasci siciliani, De Felice Giuffrida, fu condannato a 18 anni di carcere.

L'azione repressiva di Crispi non fu limitata alle sole zone del disordine. Egli cercò di colpire il movimento operaio sul piano nazionale: furono rielaborate le liste elettorali e 847 mila cittadini vennero privati del diritto di voto; nel novembre 1894 il Partito socialista fu sciolto d'autorità e la stessa sorte toccò a ben 284 organizzazioni considerate sovversive. Con tale procedura Crispi intese ristabilire l'ordine nel paese per potersi poi dedicare con più tranquillità ai suoi disegni di espansione coloniale.

Questa volta, tuttavia, la sua politica coloniale si concluse in un fallimento. Crispi, prima di imbarcarsi nella nuova avventura, aveva concluso un accordo con il governo inglese, in base al quale la Gran Bretagna riconosceva all'Italia una specie di diritto di prelazione sull'Etiopia.

Con questa preparazione diplomatica, Crispi ritenne fosse ormai giunto il momento di porre tutta l'Etiopia sotto l'influenza italiana; ma la campagna militare, iniziata nel 1895, terminò con il disastro di Adua (10 marzo 1896): gli Italiani persero, tra morti, feriti e prigionieri, più di 5 mila uomini.

La caduta di Crispi e l’inizio del "decollo industriale"

Crispi fu costretto a dimettersi. Ormai vecchio, egli non sarebbe più tornato sui banchi del governo, anche se la sua opera troverà negli anni successivi nostalgici estimatori soprattutto tra gli esponenti del movimento nazionalista, che videro in lui il simbolo di una politica decisa e forte all'interno ed espansionistica e imperialistica nei rapporti con le altre potenze.

La caduta di Crispi fu determinata anche dall'ostilità che la sua politica militarista e avventurosa incontrava presso la borghesia industriale del Nord che aveva invece bisogno di un periodo di raccoglimento e di pace, dopo aver superato nel 1895 una lunga crisi economica. Questa borghesia settentrionale appoggiò pertanto la campagna dei radicali e dei socialisti contro il colonialismo di Crispi. La sua opposizione al governo assunse una caratteristica quasi regionale, tanto che si parlò di uno Stato di Milano contro Francesco Crispi. Fu subito chiaro che la fine del governo Crispi rappresentava una svolta importante nella vita del paese, anche se occorrerà attendere ancora cinque anni prima di veder avviata in Italia una politica su basi più democratiche.

Nello stesso periodo ebbe praticamente inizio la fase di espansione dell'economia industriale italiana, quel "decollo industriale", dopo il periodo della grande depressione, che si svilupperà nell'Italia nord-occidentale nei primi anni del nuovo secolo.

Il governo Rudinì e la riorganizzazione dei movimenti socialisti

Il primo pensiero del marchese Antonio Starabba di Rudinì (1839-1908), che successe a Crispi, fu di liquidare la guerra d'Africa; egli stipulò infatti con il negus il Trattato di Addis Abeba (26 ottobre 1896).

In politica interna, Rudinì risentiva di certa impostazione autoritaria e anticlericale, tipica dei vecchi esponenti della destra storica. I socialisti e il movimento cattolico-papale stavano prendendo sempre più piede tra le masse. Il socialismo, dopo la dura repressione di Crispi, aveva ripreso a organizzarsi: il terzo congresso socialista riunitosi clandestinamente a Parma il 13 gennaio 1895, ricostituiva il Partito socialista italiano; il 25 dicembre 1896 usciva a Milano, sotto la direzione di Leonida Bissolati, il primo numero del quotidiano «Avanti!», che divenne il portavoce ufficiale del partito, mentre la «Critica sociale» di Turati assunse sempre più il carattere di guida ideologica e culturale e di elemento unificatore del partito. Con Turati finivano le contese fra le varie correnti regionalistiche e il socialismo assumeva veramente il carattere di partito nazionale organizzato su basi moderne.

La Democrazia cristiana e il conservatorismo liberale di Sonnino

I cattolici, dal canto loro, proprio in questi ultimi anni del secolo stavano dando vita a un movimento, la Democrazia cristiana, che affrontava il problema sociale con spirito e orientamento nuovi. Restò attivo, comunque, sino alla fine del secolo, anche il movimento cattolico intransigente organizzato nell'Opera dei congressi, che continuava la sua protesta contro lo Stato liberale, astenendosi dal partecipare alle elezioni, e dirigeva i suoi attacchi alla politica anticlericale, colonialistica e fiscale dei governi.

Questi fermenti, queste ferme opposizioni, impensierivano le classi degli industriali, degli agrari, dei militari, gli ambienti vicini alla Corona e ai conservatori, che cominciavano a rimpiangere la mano ferma di Crispi.

Portavoce di queste preoccupazioni si fece Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922), il più lucido esponente del conservatorismo liberale, ministro del Tesoro con Crispi dal 1893 al 1896. Sulla rivista «Nuova Antologia», del 1° gennaio 1897, egli pubblicò un articolo che divenne famoso, dal significativo titolo Torniamo allo statuto, nel quale dopo aver sottolineato che sulla scena politica italiana esistevano due grandi pericoli, il socialismo e il clericalismo, invitava sostanzialmente il re a scavalcare il Parlamento e a restaurare nelle sue mani i poteri della monarchia: «Maestà, vigilate a mantenere integre le funzioni affidatevi e che i successivi ministeri hanno lasciato che vi fossero usurpate o hanno cercato di carpirvi. A voi solo spetta il potere esecutivo. A voi solo spetta la nomina e la revoca dei ministri che debbono controfirmare e rispondere dei vostri atti di governo. La nazione guarda a voi e fida in voi».

L'offensiva anticlericale di Rudinì

Rudinì sembrò cogliere l'intimo significato delle parole di Sonnino e non rifuggì da impennate di tipo autoritario. Nei primi giorni di ottobre del 1897 il presidente del Consiglio inviò circolari ai prefetti invitandoli a operare una stretta sorveglianza sulle associazioni cattoliche, non meno che su quelle di altri partiti sovversivi. Nelle stesse circolari si invitavano i prefetti a considerare le chiese "luoghi pubblici" quando servivano a riunioni politiche; egli affermò anche di ritenere «il pericolo clericale la più grossa faccenda che si sta per avere sulle braccia» e sostenne che il governo era «deciso energicamente a difendere il principio unitario». Nell'offensiva anticlericale di Rudinì vi era sì il disegno di colpire il movimento cattolico intransigente, accusato di opporsi allo Stato unitario, ma vi era anche il desiderio, non dichiarato, di convincere i cattolici con la forza a portare il loro contributo a salvaguardia delle istituzioni liberali.

Chi si rese conto della nuova situazione e comprese i pericoli che nascondeva la strada dell'autoritarismo imboccata da Rudinì, fu Giolitti, che nel dicembre 1897, in occasione di uno dei tanti rimpasti governativi, passò all'opposizione.

Il «Programma dei cattolici di fronte al socialismo». Deliberato nell’assemblea dell’Unione degli studi sociali in Italia, presieduta da G. Toniolo, Milano 2-3 gennaio 1894

Ciò che gli uomini più illuminati e retti previdero oggi si avvera sotto i nostri sguardi attoniti e sgomenti. Il movi­mento socialista si accomuna all'universale, anche a nazioni meno predisposte a tali convulsioni come l'Italia nostra, an­che a classi meno pronte ad accedervi come le popolazioni rurali. Il socialismo agrario fra noi in questi giorni con pro­cesso precipite si aggiunse a quello che da qualche tempo fermenta nelle città e nei centri manifatturieri, e sospinge l'Italia, questo paese cattolico per eccellenza, a guardare in fronte e toccare con mano trepida quei formidabili proble­mi a cui si sono da lungo tempo quasi addomesticate le nazioni eterodosse.

Ma v'ha di più. Quello pseudo-dottrinarismo, il quale, ridotto a sistema con tutto l'apparato del sapere moderno, pretende a dignità di scienza e governa le moltitudini d'oltr'Alpi, maturandosi precipitosamente, si è affermato anche fra noi; cattedratici, dottrinari, uomini colti delle varie classi. sociali non solo alle giuste recriminazioni, ma ancora alle illusioni dei volghi irrequieti e sofferenti, apportano le loro colpevoli accondiscendenze e la loro azione direttiva sotto la bandiera della scienza.

Se il primo aspetto del triste fenomeno ferisce la coscienza di cattolici e patrioti, il secondo si drizza al pensiero di uomini studiosi; ed ambedue sollevano il grido che il ri­trarsi o il ristare dall'azione nel momento di supremo pe­ricolo per la religione e per la società è delitto, e l'appor­tarvi i lumi della scienza cristiana è preciso dovere recla­mare dalle circostanze del momento. Perciò l'Unione catto­lica per gli studi sociali in Italia, la quale si tiene in intima relazione con tutte le società volte all'operosità pratica socia­le in nome del cattolicesimo, che avrebbe creduto di fallire gravemente al proprio ufficio, se non si fosse affrettata a porgere una parola di indirizzo e di incitamento alla nuova e più vigorosa operosità, la quale voglia prendere ispirazione dalla coscienza della gravità dell'odierno momento e soprat­tutto dai supremi principi di scienza cristiana.

Senza di ciò gli uomini scredenti potrebbero rinfacciarci che le dottrine sociali della Chiesa, oggi così autorevolmente rinfrescate e proclamate, non hanno virtù intrinseca di ap­plicazione ai problemi concreti che quotidianamente s'incal­zano sotto i nostri occhi, e le moltitudini esagitate e soffe­renti potrebbero riconfermarsi nel convincimento che niun altro fuori che il socialismo prenda a cuore la causa del po­polo, e che i cattolici, i quali si professano discepoli di colui che pronunciava misereor super turbam, non abbiamo in pronto migliori disegni e presidii per vendicarne i diritti e mitigarne i dolori.

E' logico che gli uni e gli altri, da un sodalizio che sorse per lo studio dei problemi sociali, chiedano la risposta a questi quesiti.

1. Qual giudizio si deve recare, sotto il punto di vista Cri­stiano, del socialismo moderno pratico e teorico nell'Italia no­stra?

2. Quale programma i cattolici possono contrapporre a quello dei dottrinari socialisti?

3. Con quali presidi e criteri se ne deve propugnare la pratica attuazione?

1. Quale giudizio si deve portare del socialismo odierno in Italia? Affermiamo di distinguere le cause dagli intenti finali. Pel primo rispetto esso è l'espressione di un malessere reale, diffuso, diuturno, il quale alla sua volta è l'ultimo prodotto di una serie prolungata di violazioni dell'ordine sociale cri­stiano fondato sulla giustizia e sulla carità. In tal caso, la causa del popolo sofferente è la causa stessa dei cattolici, e le irrequietudini presenti di esso sono una prova di più della ragionevolezza delle loro antiche proteste.

I fini di questa medesima agitazione, in quanto si con­fondono col programma del socialismo, essendo pure ripro­vevoli, attestano tuttavia che non vi ha posto ormai che alla rivoluzione socialista od al restauro sociale cristiano.

2. E qual programma possono i cattolici contrapporvi? In­vano una proposta di parziali lenimenti e correttivi potrebbe essere adeguata alla gravità del malanno.

Il dissesto dei volghi campagnoli non rimane isolato, ma si connette con altrettante manifestazioni morbose che af­fettano gli ordini e le popolazioni industriose, corrompono e dissolvono tutti i congegni e le virtù del ceto mercantile. Néi teorici del socialismo, alla lor volta, mettono innanzi singole modificazioni dell'assetto attuale, bensì un piano ra­dicale e compiuto di riforme.

I cattolici veramente hanno argomento e virtù per attin­gere dagli eterni princìpi del Cristianesimo e dalle tradi­zioni storiche della civiltà da esso figliata, norme e pratici istituti che rispondono ai bisogni ed ai reclami del presente, preparando un migliore e durevole avvenire. A tal uopo:

1. Urge proclamare che la legge del dovere cristiano deve imperare sovrana sopra tutte le classi, senza distinzione; e che tal legge nei rispetti economici si traduce nella legge del lavoro, da cui non rimane assolto alcuno, se non per sosti­tuirvi altre forme di attività più elevata e proficua all'uni­versale. E precisamente questa legge comune del lavoro, ossia di una attività utile e meritoria, dev'essere quella che appresti colleganza e stabilità ai rapporti fra le classi oggidì scisse e fra loro in conflitto.

2. Nella proprietà in genere, e in ispecie in quella fon­diaria, al carattere essenzialmente individuale privato di essa devono aggiungersi caratteri ed ordinamenti che ne espli­chino ad un tempo la funzione sociale collettiva. E cosi è necessario: - restaurare la coscienza del dovere etico-cri­stiano, per cuil'uso della proprietà privata, soddisfatti i bi­sogni relativi della classe possidente, deve volgersi a benefi­cio comune e in ispecie dei poveri e nullatenenti; - salvare le ultime reliquie e ricomporre possibilmente i patrimoni col­lettivi degli enti morali giuridici, delle opere pie, delle cor­porazioni religiose, della Chiesa, che furono ritenuti sempre quasi il tesoro riservato del popolo; cui possono aggiungersi i beni e le proprietà collettive dei comuni, delle provincie, dello Stato, che debbono fruttare a beneficio pubblico o cedersi per la coltivazione ai proletari; - favorire la diffusione della piccola proprietà preservandola dai pericoli del frazionamen­to e dagli oneri ipotecari, che precipitosamente la disperdo­no, e ciò mediante una modificazione del regime successorio, e con l'esonero di un minimum di proprietà da ogni espropriazione coattiva per crediti privati o fiscali; - in quan­to alle medie e grandi proprietà, far partecipare il lavora­tore, il più che sia possibile, alla permanenza e alla progres­siva produttività del possesso fondiario, mediante la diffusione della colonia parziaria (mezzadria) o mediante il piccolo af­fitto a lungotermine e con diritto d'indennità per le miglio­rie; - o finalmente mediante l'enfiteusi, da introdursi nei latifondi incolti anco coattivamente per ministero di legge a titolo di pubblica utilità; - tuttociò guarentito mediante l'e­sonero delle imposte della parte di reddito strettamente neces­sario alla vita.

3. Nella proprietà industriale e nelle sue imprese urge ricongiungere direttamente il capitalista sovventore all'impren­ditore industriale e poi l'imprenditore agli operai. E pertanto: - trasformare il capitalista, che presta all'industriale, in un socio d'industria che con lui condivide tutti i rischi dell'im­presa a somiglianza di un'accomandita, restringendo così il premio dei semplici capitalisti mutuanti; - similmente re­stringere la classe precaria e misera del semplice salariato; e perciò ammesso pienamente il salario giusto, cioè corrispon­dente al prodotto del lavoro, concedere all'operaio una parte di codesta rimunerazione, piuttosto che in forma fissa, sotto la forma di partecipazione agli utili; e ulteriormente elevare l'operaio stesso alla compartecipazione del capitale dell'impre­sa, mediante l'impiego dei risparmi in azioni nominative del­l'impresa medesima.

4. Nel giro complesso e vertiginoso della vita commer­ciale è d'uopo premunirsi contro il monopolio del credito a profitto di pochi speculatori e con la comune servitù. E per­ciò urge: - riprodurre nelle forme ammodernate la repres­sione legale delle usure; - sottoporre le Borse ad una legge severa sopra le sue operazioni; - della dispensazione del cre­dito mediante le banche di emissione fare una funzione sociale, non affidata ad una società di speculatori, bensì ad un istituto autonomo con patrimonio impersonale da ammini­strarsi con intenti di pubblica utilità.

3. Con quale spirito, con quali mezzi, con quali fini ultimi propugneremo questo programma concreto? I cattolici lo propugnano principalmente e massimamente come un'opera di giustizia e poi di carità sociale.

I cattolici si guarderanno bene dal menomare la funzione della carità nel civile consorzio, ed essi soltanto conoscono quanto sia necessaria, integrante, feconda nella vita sociale, specialmente in momenti di esasperati conflitti, sociali. Ma l'ordine dei doveri, il risentimento della propria dignità edu­cata dal Cristianesimo, e vivacissimo oggidì fra i tristi espe­rimenti delle plebi, importano che non si dia, a titolo di ac­condiscendente e forse calcolata liberalità, ciò che è dovuto per rigorosa giustizia.

Questo è un aspetto caratteristico e decisivo dell'odierno momento storico. Perciò stesso, senza esagerare le funzioni civi­li economiche dei poteri pubblici in condizioni normali della società, quasi socialismo di Stato, i cattolici richiedono che l'azione delle leggi civili si dispieghi in via eccezionale e tran­sitoria, con intensità sproporzionata ai bisogni di un organismo in dissolvimento ed al pericolo di un'immane conflagrazione. Troppo all'odierno disordine ha da lunga mano contribuito lo Stato stesso con leggi e provvedimenti o colpevolmente difettivi o consciamente pervertitori, perché da esso non deb­basi reclamare una grande restitutio in integrum del diritto sociale.

Ma la guarentigia più solida del restauro, essi la ripongono nella ricostituzione di Unioni professionali (o Corporazioni) nelle popolazioni civiche come nelle campagnole, dove in distinti gremi trovino solidarietà d'interessi e di affezioni i grandi ed i piccoli per tutto ciò che tocca i fini comuni del vivere civile, e dove in particolare rinvengano tutela e decoro le classi lavoratrici. Unioni professionali che pertanto non hanno uno scopo economico solamente, ma mirano nel solo risultato alla composizione organica della società, oggi polverizzata da un diffuso e guasto individualismo.

Che se le classi superiori dei proprietari e capitalisti ripugnano ad entrare in sodalizi misti con le classi inferiori (ciò che compone l'ideale della organizzazione dai cattolici propugnata), in tal caso questi accettino che i lavoratori si stringano in Unioni professionali esclusivamente operaie e procedano per la via di una legale resistenza alla rivendicazione dei propri diritti, senza però di regola chiudere l'adito all'accoglienza nel loro seno delle classi, ora riluttanti ed avverse, nell'avvenire. In altre parole, sposando la causa dei lavoratori, noi non perderemo mai di vista l'intera società ed il suo assetto normale.

Perocché bisogna tener alto e fulgido innanzi a noi lo scopo supremo e finale cui miriamo, che è quello della ricostituzione del famoso e stabile edifizio dell'ordine sociale cristiano-cattolico e di esso soltanto, coi suoi eterni princìpi informativi, coi suoi sublimi ideali, colle sue basi indistruttibili, coi suoi meravigliosi svolgimenti storici.

Noi non domandiamo di puntellare qualche brandello di questo assetto sociale che vacilla e crolla da ogni parte e si allinea in un disgregamento atomistico sotto l'inonorata virtù della plutocrazia.

Nulla noi domandiamo al socialismo dottrinale, e che sotto maschera di emancipazione prepara un più crudele e universale servaggio; e respingiamo fin anche il nome di socialismo cattolico che talvolta ci si attribuisce e rinfaccia, perocché il socialismo è la negazione intrinseca del Cristianesimo, e il suo programma è l'antitesi del nostro.

Il socialismo è ateo, e noi siamo religiosi; esso atterra la proprietà particolare e noi vogliamo rinfrancarla e diffonderla; esso è distruttore, e noi vogliamo ricostruire 1'ordine gerarchico, e per esso la libertà legittima, l'eguaglianza proporzionale, la solidarietà negl'intenti finali del vivere civile.

Nulla concediamo nemmeno in un nuovo neo-Cristianesimo sociale vaporoso ed ingannevole che del Cristianesimo è una sfigurazione. Noi aspiriamo a ricomporre quell'ordine sociale che solo la Chiesa cattolica può darci; e perciò chiediamo che alla Chiesa sia restituita quella libertà esteriore sociale, per cui essa ritorni al governo della società e dell'incivilimento.

Che se a raggiungere questo ideale, che ha con sé le guarentigie del più splendido periodo della storia di quelli che furono detti i secoli del popolo, fosse, nostro malgrado, necessario schierarsi col popolo soltanto, noi non esiteremo un istante fra i deboli e sofferenti da un canto e i forti e gaudenti da un altro.

Ma non potremo mai dimenticare che il nostro intendimento finale non è la guerra ma la pace, quella che ci deve apportare la democrazia cristiana del secolo ventesimo in cui, sopra la larga base del popolo tutta la gerarchia sociale nel nome di Cristo si rassicuri e nobiliti, facendosi vindice e ministra della elevazione delle classi laboriose.

La Presidenza dell'Unione cattolica per gli studi sociali: prof. G .Toniolo dell'Università di Pisa; Conte S. Medolago Albam di Bergamo; Marchese L. Bottini di Lucca; Conte C. Sardi di Lucca; prof. L. Olivi dell'Università di Modena

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