I Cattolici e
la questione nazionale

Giolitti, i moti in Sicilia e lo scandalo della Banca Romana

Giolitti, l’''uomo nuovo", presidente del consiglio

Nel maggio 1892, qualche mese prima che nascesse a Genova il Partito dei lavoratori italiani (che in seguito sarà denominato Partito socialista), saliva per la prima volta alla presidenza del Consiglio Giovanni Giolitti (1842-1928).

Giolitti era un uomo nuovo, un esponente della sinistra liberale, piemontese e fedele monarchico. Era stato ministro del Tesoro con Crispi ed era particolarmente esperto di questioni amministrative: la sua natura, estranea a ogni atteggiamento retorico, ne faceva un anti-Crispi per eccellenza. Giolitti era poi il primo presidente del Consiglio del giovane Regno l'Italia che non avesse avuto una parte, sia pur modesta, nelle lotte del Risorgimento: il che gli provocò le prime diffidenze e ostilità.

La crisi in Sicilia e i Fasci di lavoratori

Il suo compito apparve subito arduo. La politica di Crispi, e in particolare la guerra doganale, avevano colpito in Sicilia la produzione del vino, della frutta e dello zolfo, imponendo, specie ai contadini, grossi sacrifici. Gli alti canoni d'affitto delle terre, i soprusi tributari cui erano soggetti, ne rendevano precarie le condizioni di vita e aumentavano il malcontento. L'organizzazione operaia in Sicilia aveva dato alle associazioni operaie un'impronta di tipo socialista eliminando influenze anarchiche e mazziniane; Giuseppe De Felice Giuffrida, a Catania, aveva organizzato i Fasci di lavoratori, un tipo di associazione che stava tra il sindacato e la società di mutuo soccorso, aperta a tutte le forze di sinistra.

La propaganda di De Felice aveva diffuso tra i contadini e i minatori dell'interno i Fasci di lavoratori, che nel 1893 erano arrivati a 162. Caratteristica di questa organizzazione era non tanto la prospettiva politica, quanto la grande sete di giustizia sociale. Era facile trovare nelle sedi dei Fasci i ritratti di Marx, Garibaldi e Mazzini assieme al crocefisso e alle immagini del re e della regina.

I moti in Sicilia e lo scandalo della Banca romana. Le dimissioni di Giolitti

I contadini siciliani chiedevano canoni d'affitto equi, salari più elevati, imposte più basse. Nell'autunno 1893 il movimento assunse vaste proporzioni e l'agitazione si tramutò in una vera e propria insurrezione, sfuggendo spesso di mano agli stessi organizzatori. Il Partito socialista, poi, fu praticamente impotente e non riuscì ad assumerne il controllo. Furono occupate le terre, assaltati e dati alle fiamme gli uffici delle imposte; ne seguirono scontri sanguinosi con la polizia. La classe dirigente siciliana venne presa dal panico e chiese la violenta soppressione dei Fasci. Giolitti era pressato dalla Corona e dagli ambienti conservatori, ma egli riteneva che le lotte economiche fra datori di lavoro e lavoratori dovessero risolversi da sole, senza il diretto intervento dello Stato. Pertanto, esitava a usare la forza, sperando che i proprietari avrebbero ceduto e fatto concessioni atte a eliminare, almeno in parte, i motivi della grave tensione.

La riluttanza di Giolitti a usare la maniera forte scosse la fiducia del re nel presidente del Consiglio e determinò la caduta del ministero, tanto più che Giolitti era coinvolto, nello stesso periodo, nello scandalo cosiddetto della Banca romana.

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