I Cattolici e
la questione nazionale

La politica di conquista coloniale di Crispi

La conquista francese della Tunisia e il disagio italiano

Negli anni in cui la sinistra liberale fu al potere si ebbe un'importante svolta nella politica estera. Al principio sembrò che la nostra politica nello scacchiere europeo non dovesse per nulla mutare. Senonché, quando la Francia nel 1881 occupò la Tunisia, una profonda delusione colpì il paese. I governi italiani avevano fino ad allora favorito l'emigrazione soprattutto dei Siciliani nelle terre tunisine. Il governo italiano assistette impotente al colpo di mano della Francia; non solo, ma l'opinione pubblica scoprì che l'Italia era isolata in Europa. Aveva contro di sé la Francia, che dopo l'occupazione di Roma da parte dell'esercito italiano aveva sempre manifestato la sua solidarietà con il papa, non intendendo per nulla chiusa la questione romana. L'Austria ci era nemica. La Santa Sede continuava a dichiarare di non sentirsi libera e poteva portare a riprova nelle sue denunce i tumulti scoppiati a Roma in occasione del trasferimento della salma di Pio IX dal Vaticano a San Lorenzo.

Chi seppe approfittare di queste paure e di questo disagio italiano fu il cancelliere tedesco Bismarck. Questi cercava di creare in Europa un sistema di rapporti che rendesse impossibile alla Francia formare una coalizione offensiva antitedesca. Aveva incominciato, pertanto, ad allearsi con l'Austria (1879); ora si prospettava la possibilità di allargare l'alleanza all'Italia, senza peraltro pagare un prezzo alto. Bismarck volle però che le trattative si svolgessero nella condizione più difficile per l'Italia, attraverso cioè un contatto diretto tra Roma e Vienna.

L'Italia aderisce alla triplice alleanza con Austria e Germania

La Triplice alleanza, firmata a Vienna il 20 maggio 1882 fra Italia, Germania e Austria, sembrò così corrispondere a esigenze di politica estera, cioè evitare i pericoli dell'isolamento; ma anche di politica interna, in quanto bene interpretava le istanze laiche e conservatrici della classe dirigente italiana e della monarchia. Secondo il trattato, la cui durata era di cinque anni, Germania e Austria si impegnavano ad assistere militarmente l'Italia in caso di attacco da parte della Francia, e così l'Italia avrebbe assistito la Germania in caso di attacco francese. Una "dichiarazione ministeriale", annessa al trattato, precisava tuttavia che in nessun caso gli impegni stabiliti avrebbero potuto intendersi diretti contro l'Inghilterra (dichiarazione che non fu ripetuta nei successivi rinnovi). Il trattato con i suoi impegni militari fu segreto. Lo statuto italiano dava infatti al re la facoltà di sottrarre alle Camere la discussione sugli impegni dei trattati internazionali.

Crispi, presidente del consiglio, rafforza l’apparato statale

Nel 1887 moriva Agostino Depretis. A lui succedeva come presidente del Consiglio Francesco Crispi (1818-1901). Ex repubblicano e garibaldino, Crispi era stato uno dei maggiori protagonisti nella spedizione dei Mille, deputato della sinistra dal 1861, nel 1865 si era staccato da Mazzini per aderire alla monarchia, divenendo un oppositore dello stesso Depretis e assertore di una politica forte all'interno e di prestigio nei rapporti internazionali.

Deciso, impulsivo, pieno di passionalità, appena salito al potere si dedicò a rafforzare l'apparato dello Stato. Attribuì alla polizia maggiori funzioni di controllo; attuò una riforma della legge comunale e provinciale che, pur estendendo il diritto di voto e rendendo elettiva la carica di sindaco, accentuava il potere di controllo dei prefetti sulla vita degli enti locali; varò poi una riforma carceraria, alcune leggi in difesa dell'emigrazione e il nuovo codice penale preparato dal ministro Zanardelli, da cui prese il nome (1890), che modificava la legislazione penale in Italia, abolendo la pena di morte. Questa politica di riforme fu accompagnata anche da una decisa azione repressiva verso i movimenti operai e le organizzazioni di estrema sinistra.

Dai tentativi di conciliazione tra Stato e Chiesa al ritorno all’anticlericalismo

Grande sogno di Crispi fu anche di arrivare a una conciliazione tra lo Stato e la Chiesa, sogno che parve maturare nella primavera del 1887, allorché Leone XIII nell'allocuzione Episcoporum ordinem riaffermò il desiderio della Santa Sede «che gli Italiani godano sicura tranquillità e sia tolto finalmente di mezzo il funesto dissidio col romano pontificato». Il Vaticano non accettava però una soluzione del dissidio con la completa rinuncia al potere temporale.

Di fronte a questo atteggiamento della Chiesa, i propositi di conciliazione di Crispi si tramutarono in una sempre più decisa spinta anticlericale che riaccese polemiche e dissensi. Episodi significativi furono la destituzione, da parte di Crispi, del sindaco di Roma, il cattolico Leopoldo Torlonia (dicembre 1887), e l'erezione in Campo de' Fiori a Roma del monumento a Giordano Bruno (9 giugno 1889), un episodio a cui venne dato il significato di una vittoria del libero pensiero sull'oscurantismo clericale.

L'alleanza con la Germania di Bismarck e la guerra doganale con la Francia

La politica di prestigio, condotta da Crispi in campo internazionale, lo portò a consolidare l'alleanza con la Germania di Bismarck, di cui fu grande ammiratore, e ad accentuare l'ostilità verso la Francia: atteggiamento del resto ricambiato dalla politica di acceso nazionalismo dei Francesi. Allorché, nel marzo 1888, la Francia, indispettita per l'accordo militare stipulato tra l'Italia e Germania, applicò una tariffa doganale discriminatoria nei confronti dei prodotti italiani, Crispi replicò aumentando del 50 per cento le tariffe sulle merci francesi. Cominciò così la "guerra doganale" tra Italia e Francia, che acuì la tensione politica in Europa e creò spesso vivi allarmi, ma soprattutto influì negativamente sulla già precaria struttura economica nazionale.

Prima della guerra doganale il mercato francese era il migliore cliente dell'Italia. Nel periodo 1881-87 la Francia aveva assorbito il 41 per cento delle esportazioni italiane, mentre tra il 1888 e il 1890 questa percentuale scese al 18 per cento. L'agricoltura italiana ne risentì negativamente.

Al Nord fu colpita principalmente la produzione di seta, riso e latticini, mentre al Sud crollò il prezzo del vino, che non trovava più un ampio mercato di sbocco come quello francese, provocando una paurosa crisi economica e il forte aumento dell'emigrazione.

Le conquiste italiane in Africa e il trattato di Uccialli

L'aspetto più importante, però, della politica di Crispi fu costituito dalle sue imprese coloniali, imprese sfortunate e costose che misero in difficoltà il debole bilancio italiano, provocando fra l'altro la forte reazione delle sinistre.

Nel 1882 l'Italia aveva acquistato sul mar Rosso la baia di Assab, che già da tempo era una base di rifornimento per le navi della compagnia Rubattino. All'indomani dell'occupazione francese della Tunisia, il governo Depretis aveva deciso di ampliare il punto d'appoggio di Assab con l'occupazione di Massaua (1885). Non riuscì tuttavia agli Italiani il tentativo di avanzare in Etiopia nella regione del Tigré, perchè a Dogali (1887) una colonna italiana di 500 uomini venne assalita e distrutta da preponderanti forze abissine. Al negus Giovanni era successo intanto il negus Menelik, anche grazie all'appoggio degli Italiani.

Con molta abilità Crispi riuscì a convincere Menelik a sottoscrivere il Trattato di Uccialli (1889), con il quale l'Etiopia diventava quasi un protettorato italiano.

L'articolo 17 del trattato diceva, infatti: «Sua maestà il re d'Etiopia consente di servirsi del governo italiano di sua maestà il re d'Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi». È vero, però, che Menelik non volle dare a questo articolo l'interpretazione estensiva che gli diedero gli Italiani, e ciò fu la radice dei futuri contrasti tra Etiopia e Italia.

La colonia eritrea, “polmone d’Italia”

Fra 1'89 e il '90 Crispi riuscì a costituire la colonia Eritrea sul mar Rosso, e sulla sponda della Somalia stabilì un protettorato italiano sui sultanati di Obbia e dei Migiurtini.

Che tipo di espansione italiana era quella attuata da Crispi? Convivevano due istanze negli orientamenti della classe dirigente italiana: una di fare dell'Eritrea una colonia di popolamento per l'esuberante mano d'opera italiana; l'altra di conquista militare.

Significativo, in proposito, quanto sosteneva il grande industriale di Schio, Alessandro Rossi, amico di Crispi: che l'Italia non doveva comportarsi in Africa come la Francia, che vi aveva svolto una politica coloniale a base di eserciti. L'Africa avrebbe dovuto essere una valvola di sicurezza della pressione contadina: «il polmone d'Italia», come egli diceva. D'altra parte, lo stesso Crispi aveva dichiarato in un suo famoso discorso a Torino nel 1887: «Noi non vogliamo avventure, non guerre di conquista che anzi condanniamo apertamente. Nostra ambizione è che l'Italia si rifaccia e si espanda là dove spontaneamente vanno i suoi figli». La penetrazione in Etiopia non sarebbe stata per lui un lusso, deviazione imperialistica del futuro dell'Italia, quanto una «necessità - come egli diceva - per la madrepatria, la quale se ne vale pel consumo dei suoi prodotti».

Le forti opposizioni portano Crispi alle dimissioni

Fino a un certo momento la politica coloniale di Crispi sembrava volta al successo. Essa non godeva però dell'appoggio dei repubblicani e dei radicali, che protestarono per le forti spese militari. Ai malumori per la politica coloniale si aggiunsero quelli per le speculazioni edilizie e bancarie, che in gran numero si verificarono sotto il governo Crispi. Queste speculazioni erano l'effetto in parte dell'ingrandimento delle città; anche la politica interna sembrò avvolta in una rete di affarismi. La voce di gravi scandali che avrebbero compromesso anche il governo cresceva di giorno in giorno e Crispi credette opportuno dimettersi (gennaio 1891).

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