I Cattolici e
la questione nazionale

La politica interna della sinistra

La rivoluzione parlamentare: la sinistra al potere

Il governo della destra, capeggiato da Marco Minghetti, venne battuto a grande maggioranza in Parlamento il 18 marzo 1876, proprio all'indomani del raggiunto pareggio del bilancio statale. Vittorio Emanuele II chiamò alla presidenza del Consiglio Agostino Depretis (1813-1887), ex mazziniano, che aveva già ricoperto cariche di governo, Depretis costituì un gabinetto con uomini della sinistra, come Nicotera (Interno), Mancini (Grazia e giustizia), Zanardelli (Lavori pubblici) e Melegari (Esteri).

Indette le elezioni a novembre, grazie anche a un accorto spostamento di prefetti, il nuovo governo ebbe una grande affermazione elettorale. La destra storica, erede del liberalismo moderato di Cavour, venne sconfitta sia sul piano parlamentare sia in sede elettorale. Il fatto fece scalpore negli ambienti politici italiani, tanto che si parlò di "rivoluzione parlamentare". In realtà, il nuovo programma di Depretis non rappresentò una rottura completa con il passato, ma soltanto il tentativo di essere più aderente alla realtà politica e sociale del paese. I fatti dimostrarono che non si trattava di rivoluzione, ma di sostanziale continuità tra vecchio e nuovo governo, pur nel tentativo di realizzare una maggiore apertura democratica.

Il programma di Depretis e le riforme

Il programma del governo della sinistra era praticamente contenuto nel famoso discorso che Depretis fece ai suoi elettori di Stradella, in provincia di Pavia, nell'ottobre 1876, In questo discorso Depretis promise, fra l'altro, l'istruzione elementare gratuita e obbligatoria, alcune provvidenze a favore dei contadini, l'abolizione della tassa sul macinato e l'allargamento del suffragio elettorale maschile.

Buona parte di questo programma venne realizzato, ma non senza inconvenienti e contraddizioni. La legge Coppino, per esempio, che istituì nel 1877 l'istruzione elementare obbligatoria, anche se non gratuita, non riuscì a essere efficace per la mancanza di aule scolastiche, di personale insegnante e per la materiale impossibilità delle famiglie più povere di rinunciare alle pur modeste entrate del lavoro dei figli minori. Così l'inchiesta agraria, deliberata nel 1877 e condotta autorevolmente da Stefano Jacini, non diede l'avvio a quelle riforme che la particolare situazione critica delle campagne italiane richiedeva e che l'inchiesta aveva chiaramente messo in luce, denunciando la profonda crisi economica e sociale in cui versava l'agricoltura nazionale. Nemmeno l'abolizione della tassa sul macinato, deliberata nel 1880, costituì un vero atto di giustizia fiscale, perché contemporaneamente furono emanate numerose altre imposte sui consumi popolari, che incidevano notevolmente sui redditi meno alti.

Con la riforma elettorale del 1882 il numero degli elettori venne portato da 600 mila a circa due milioni e mezzo, ma restavano ancora esclusi dal voto gli analfabeti, i contadini e gli operai nullatenenti. Il sistema elettorale continuava a essere basato sul censo. Eppure questa limitata riforma non mancò di preoccupare uomini politici della sinistra, come Francesco Crispi, secondo il quale aver allargato il suffragio elettorale, prima di avere educato le masse popolari, costituiva un imperdonabile errore: «Abbiamo dato - egli affermò - un'arma pericolosa in mano a coloro che non sanno servirsene, preparato il disordine morale e la corruzione».

Il trasformismo parlamentare di Depretis

Il timore che l'allargamento del suffragio elettorale, insieme con la nascita del Partito socialista romagnolo di Andrea Costa e del Partito operaio di Osvaldo Gnocchi-Viani, potesse provocare un sovvertimento delle istituzioni fu sentito anche da Agostino Depretis, che si preoccupò di correre ai ripari. Soprattutto da questo timore nacque il trasformismo, cioè la ricerca di una maggioranza parlamentare di centro, che non tenesse conto della posizione politica e ideologica dei partiti, ma cercasse il consenso dei singoli parlamentari, raccogliendo maggioranze eterogenee attorno a determinati problemi a seconda delle circostanze.

«Bisognerebbe vedere - affermò Crispi in un discorso tenuto a Palermo nel 1886 - il pandemonio di Montecitorio quando si avvicina il momento di una solenne votazione. Gli agenti del ministero corrono per le sale e pei corridoi, onde accaparrare voti. Sussidi, decorazioni, canali, ponti, strade, tutto si promette e talora un atto di giustizia, lungamente negato, è il prezzo del voto parlamentare».

Il trasformismo in realtà, con le sue concessioni elargite di volta in volta, a seconda delle circostanze, a questo o a quel gruppo politico, consentì la sopravvivenza di quella formula politica moderata, ereditata dal Risorgimento, in un ambiente sociale nuovo dove la protesta operaia incominciava a farsi sentire più forte. Anche uomini della destra, come Marco Minghetti, ritenevano che unico rimedio per non venire sopraffatti dai repubblicani e dai socialisti fosse «l'unione di tutti gli amici delle attuali istituzioni», mentre Quintino Sella auspicava un governo estraneo e indipendente dai partiti.

Esiti e critiche del trasformismo parlamentare

Per molto tempo questa formula politica, che sta alla base anche dello sviluppo del clientelismo, specie nel Mezzogiorno, regolò la vita parlamentare italiana, anche dopo la morte di Depretis. Lo stesso Giolitti, nel nuovo secolo, ne sarà sotto molti aspetti un continuatore, e nelle sue memorie egli definirà il trasformismo «l'unico metodo per accordare le ideologie fantastiche sentimentali della sinistra con la necessità di non compromettere il sentimento e la restaurazione dello Stato».

La politica trasformista raccolse non pochi attacchi e critiche. Lo stesso Depretis venne definito da Giosue Carducci «traditore di principii e di uomini». In realtà, Depretis, uomo politico onesto e dall'esemplare condotta di vita, fu un grande esperto parlamentare, poco incline ai grandi discorsi ideologici, attento a misurare gli equilibri fra le rappresentanze politiche regionali. La sua condotta politica incontrò l'opposizione sopratutto degli esponenti dell’estrema sinistra, come Cavallotti e Bertani, e degli eredi della destra storica, legati a un costume più rigoroso di vita parlamentare.

Gli furono mosse accuse esagerate; in fin dei conti, Depretis riuscì ad allargare la base materiale dello Stato, ad avvicinare, sia pure con il metodo delle clientele, lo Stato alla società civile più di quanto fossero riusciti a fare gli uomini della destra.

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