I Cattolici e
la questione nazionale

Unità e politica estera

L’attività dei moderati veneti

Con l'armistizio di Villafranca la soluzione della questione veneta aveva subìto un'improvvisa battuta d'arresto. Fu quindi necessario riprendere nel Veneto l'azione cospirativa antiaustriaca da parte di quelle correnti politiche che l'infelice esito della guerra aveva lasciato profondamente deluse.

In questa prospettiva dev’essere inquadrata l'attività dei "comitati segreti", i quali erano ispirati da liberal-moderati veneti residenti nel Regno sardo, e del Comitato politico centrale veneto, che aveva come finalità «l'Italia degli Italiani con Vittorio Emanuele suo re». Il Comitato politico centrale di Torino e i comitati segreti operanti nel Veneto miravano da un lato a tener desto il sentimento di indipendenza dallo straniero, dall'altro a impedire l'affermazione dei princìpi e dei metodi del Partito d'azione, di ispirazione mazziniana.

L’alleanza italo-prussiana e gli esiti militari della guerra

L'occasione per la definitiva cacciata degli Austriaci dal Veneto venne dalla Prussia, alla quale premeva estromettere l'Austria dalla Confederazione germanica. La Prussia intendeva sfruttare i sentimenti antiaustriaci dell'Italia, alla quale propose un'alleanza militare ai danni dell'Austria. L'alleanza italo-prussiana, sottoscritta a Berlino l'8 aprile 1866, divenne operante nel mese di giugno, allorché ebbero inizio le ostilità.

Le truppe italiane, però, nonostante la superiorità numerica, vennero presto sconfitte a Custoza (24 giugno), già teatro della sconfitta del 1848. Anche per mare, le operazioni condotte dall'ammiraglio Carlo Persano non ebbero un esito migliore: nella battaglia navale di Lissa la flotta italiana perse le corazzate Re d'Italia e Palestro. I Prussiani, invece, sconfissero nettamente gli Austriaci nella battaglia di Sadowa, in Boemia, il 3 luglio.

Solo Garibaldi, che mirava alla conquista del Trentino, tenne alto il prestigio militare del nuovo regno, sconfiggendo gli Austriaci a Bezzecca (21 luglio), ma l'armistizio firmato pochi giorni dopo fra Austria e Prussia a Nikolsburg (26 luglio) gli impedì di portare a termine l'impresa.

La pace di Vienna e l’acquisizione del Veneto

L'Austria avrebbe offerto il Veneto all'Italia tramite Napoleone III, forma di cessione che offendeva ancora una volta il prestigio italiano. Ma che fare? La gravità della situazione non sfuggiva a nessuno e tanto meno all’acutezza di Quintino Sella, commissario del re a Udine, che scrisse un’accorata lettera al presidente del Consiglio Ricasoli in cui sosteneva che la pace andava comunque conclusa, rinunciando alle aspirazioni sul Trentino e l'Istria, ma con la certezza di acquisire il Veneto.

La lettera del Sella porta la data del 21 agosto 1866. Alcuni giorni prima il governo italiano aveva firmato l'armistizio di Cormons (12 agosto), che però non era ancora la pace. Dalle parole del Sella e dal laconico telegramma di Garibaldi, che con il famoso «Obbedisco» arrestava la sua avanzata nel Trentino e si rassegnava alla volontà dei comandi superiori, si può comprendere quanta amarezza regnasse allora negli animi.

Alla pace definitiva si giunse il 3 ottobre, ma il nostro plenipotenziario a Vienna, generale Federico Menabrea, non riuscì a ottenere alcun miglioramento dell’infelicissimo confine militare, né a evitare che la cessione del Veneto all'Italia avvenisse tramite la Francia.

Il nuovo tentativo di Garibaldi su Roma

Alla fine del 1866, secondo la convenzione di settembre, le truppe francesi avrebbero dovuto sgomberare definitivamente Roma. Garibaldi aveva ripreso un’intensa propaganda contro il papa e contro Napoleone: essa suscitava larghi consensi in Italia, e le bande di volontari si andavano raccogliendo alla frontiera pontificia. Si riteneva che Garibaldi agisse d’accordo con il re e con Rattazzi (nel frattempo ritornato al governo), i quali di fatto permisero che Garibaldi arruolasse volontari in Toscana.

Il 25 settembre, questi si accingeva ormai ad assumere il comando delle bande, quando Rattazzi, dinanzi alla minaccia del pontefice di abbandonare Roma se il governo italiano non avesse preso le necessarie misure di sicurezza, e soprattutto di nuovo sotto la minaccia un intervento francese, dovette fare arrestare Garibaldi (24 novembre) e porlo sotto vigilanza a Caprera.

Circa un mese dopo, Garibaldi, sfuggito avventurosamente alla vigilanza, sbarcò in Toscana e si diresse di nuovo verso il territorio romano, a congiungersi con i volontari, che non avevano mai sospeso l’azione di guerriglia.

1867: la spedizione dei Cairoli, di Garibaldi e l’intervento francese

Da Terni, nell'autunno del 1867, partì la spedizione dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, con l'intento di appoggiare un'insurrezione a Roma: scesero il Tevere su alcuni barconi carichi di armi e si appostarono a Villa Glori, sui monti Parioli, in attesa che i comitati insurrezionali della città cominciassero la sollevazione.

Dalla città non venne però l'aiuto atteso: sotto l'assalto dei soldati pontifici, Enrico Cairoli morì combattendo e Giovanni restò gravemente ferito (23 ottobre). La città tornava sotto stretto controllo pontificio.

Garibaldi, intanto, passato il confine dello Stato pontificio, si era impadronito di Monterotondo e si era spinto fino a Ponte Nomentano, guidando duemila uomini. Qui però il fallimento dell'insurrezione a Roma lo indusse a ripiegare.

Il re Vittorio Emanuele II aveva emanato un proclama in cui si sconfessava il movimento insurrezionale, ma Napoleone decise di intervenire egualmente: un corpo di spedizione francese di 20 mila uomini sbarcò a Civitavecchia il 28 ottobre 1867. Il 3 novembre Francesi e papalini affrontarono a Mentana Garibaldi in ritirata. La sproporzione delle forze era evidente; si aggiunga che i soldati francesi impiegavano un nuovo e più efficace modello di fucile, lo Chassepot, a retrocarica e a canna rigata. I garibaldini furono sconfitti, il loro capo preso prigioniero e inviato a Caprera; le truppe francesi tornarono a presidiare Roma.

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