I Cattolici e
la questione nazionale

Gli sviluppi della "questione romana"

Il solco apertosi nel 1848 tra papato e moto liberal-nazionale era venuto ampliandosi nel decennio successivo a causa della legislazione antiecclesiastica adottata dal Piemonte. Per iniziativa di Cavour, tra il 1850 e il 1859 era stata approvata una lunga serie di leggi "laiche": il clero aveva perduto gran parte degli antichi privilegi; ordini religiosi erano stati soppressi o privati delle loro proprietà, molti monasteri e conventi chiusi; le scuole furono sottoposte al controllo dello Stato. Dopo il 1860 questo complesso di leggi fu esteso a tutto il resto d'Italia e reso più rigido; nel 1865 venne introdotto il matrimonio civile.

Nei confronti del nuovo Stato, laico e spogliatore del patrimonio di San Pietro, Pio IX aveva dal 1859 reagito con una serie di scomuniche contro Vittorio Emanuele, i suoi ministri e tutti coloro che avevano una responsabilità nell'amministrazione. Abbiamo visto quale fosse la soluzione che Cavour aveva elaborato: essa intendeva «costringere il pontefice al potere spirituale», nella fiducia che il contatto della Chiesa con la libertà, e la sua restituzione alla purezza del potere spirituale, avrebbero rigenerato e rinnovato il cattolicesimo.

D'altra parte, Pio IX riteneva il potere temporale non solo un deposito intangibile, tramandato attraverso un millennio di vita della Chiesa e di cui si sentiva responsabile di fronte a tutto il mondo cattolico, ma anche "presidio" necessario per garantire l'indipendenza della sua autorità spirituale.

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I moderati e la sinistra di fronte alla questione romana

La questione romana ebbe la priorità tra gli obiettivi del nuovo Stato italiano. I governi moderati seguirono il metodo della cautela a "non rompere", e si sforzarono di tenere in ogni momento aperta la porta a un accomodamento pacifico con il pontefice, a cui si chiedeva la spontanea rinuncia al potere temporale.

Era opinione corrente tra le personalità della destra che l'Italia avrebbe ottenuto Roma soltanto con il consenso francese. Si confidava inoltre nei "mezzi morali", convinti che, con il tempo, Roma pontificia non avrebbe potuto resistere all'attrazione dell'Italia liberale.

Di tutt'altre intenzioni era l'opposizione costituzionale, la sinistra, in cui confluivano i mazziniani e i garibaldini del Partito d'azione: questa sosteneva la necessità dell'iniziativa popolare per la liberazione di Roma e del Veneto.

Il ministero Rattazzi, assai più gradito alle sinistre e soprattutto al re personalmente, si illuse di riuscire a ripetere la fortunata manovra politica di Cavour, che nel 1860 aveva lasciato mano libera alla spedizione dei Mille, per trarne poi pretesto all'intervento dell'esercito regolare nei territori pontifici.

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1862: la spedizione garibaldina viene bloccata

Rattazzi consentì dunque che Garibaldi si recasse in Sicilia (giugno 1862) a raccogliere volontari all'insegna di «Roma o morte», per una spedizione che avrebbe dovuto ricalcare l'itinerario del 1860. Migliaia di giovani accorsero da ogni parte d'Italia. Un proclama del re (3 agosto 1862) che si limitava a sconfessare l'impresa come «un appello alla ribellione ed alle guerre civili», non ebbe certo l'effetto di scoraggiarla.

Napoleone III, incalzato dal partito clericale francese da cui era sostenuto, minacciò apertamente un intervento militare. Il governo italiano inviò allora un corpo di spedizione comandato dal generale Cialdini ad arrestare i garibaldini. Lo scontro con le truppe regie avvenne in Calabria sul massiccio dell'Aspromonte, il 29 agosto. Garibaldi riuscì a impedire che degenerasse in una battaglia fratricida. Tuttavia vi furono morti (7 soldati regolari e 5 garibaldini) e lo stesso Garibaldi rimase ferito a un piede; fatto prigioniero, fu condotto al forte di Varignano, presso La Spezia, in attesa di essere processato. Alcuni garibaldini, che avevano disertato l'esercito regolare per unirsi alla spedizione, furono giustiziati.

Garibaldi e i suoi seguaci furono presto rimessi in libertà, in grazia di un'amnistia concessa dal re in occasione del matrimonio della principessa Maria Pia con il sovrano del Portogallo. La vicenda suscitò però grande indignazione nell'opinione pubblica nazionale ed estera: se ne addossò la responsabilità Rattazzi, che dovette dare le dimissioni (10 dicembre 1862).

La “convenzione di settembre” italo-francese

Il nuovo primo ministro Marco Minghetti ritentò la via alternativa di accordi con il garante internazionale della Santa Sede, cioè la Francia. Riallacciando le trattative già iniziate da Cavour con Napoleone III, Minghetti tentò una soluzione provvisoria della questione romana che servisse ad allentare la tensione interna. Dopo due anni di faticosi negoziati si giunse alla firma della convenzione di settembre (15 settembre 1864), per cui l'Italia si impegnava a non attaccare e a garantire da attacchi lo Stato pontificio; la Francia, da parte sua, si impegnava a ritirare le proprie guarnigioni da Roma a mano a mano che si fosse organizzato un esercito pontificio vero e proprio, ed entro il termine massimo di due anni. Un protocollo addizionale segreto condizionava l'entrata in vigore della convenzione al trasferimento della capitale da Torino a Firenze.

L'annuncio che la capitale doveva essere trasferita a Firenze provocò gravi tumulti a Torino (21-22 settembre 1864) e una sanguinosa repressione (l'eccidio di piazza San Carlo); il trasferimento della capitale a Firenze fu compiuto a tempo di primato, entro il giugno 1865.

«né eletti né elettori»
Don Giacomo Margotti

L’opposizione dei cattolici intransigenti

Pio IX aveva rifiutato di riconoscere il nuovo Stato, al punto da non parlare mai di Regno d'Italia bensì di «usurpatore subalpino». La tensione si andò trasformando in forme di resistenza politica al nuovo regime. Nel 1857 un prete giornalista piemontese, Giacomo Margotti, aveva lanciato la formula «né eletti né elettori», e aveva sollecitato i cattolici ad astenersi dalle urne. Dopo il 1861 molti cattolici seguirono il suo consiglio, convinti che il voto sarebbe equivalso a un riconoscimento dello Stato italiano.

Nel 1866, la dichiarazione della Sacra Penitenzieria, secondo cui i cattolici avrebbero potuto sedere in Parlamento soltanto se avessero giurato con la riserva «salvis legibus divinis et ecclesiasticis», («fatte salve le leggi divine ed ecclesiastiche»), sottolineava una pretesa inconciliabilità tra la professione cattolica e i fondamenti ideologici del nuovo Stato: il Risorgimento e lo Stato risorgimentale apparvero come l'incarnazione di certi "errori" del secolo, nei cui confronti Pio IX pronunciò la sua condanna nel 1864.

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Il Sillabo e la crisi del cattolicesimo liberale italiano

Quell'anno, infatti, nell'enciclica Quanta cura, emanata 1'8 dicembre 1864, furono condannati i princìpi della neutralità religiosa (laicità) dello Stato, della libertà di opinione e di stampa, dell'assoluta sovranità popolare, della supremazia giuridica dello Stato sulla Chiesa.

All'enciclica era annesso il Sillabo, un compendio dei «principali errori dei nostri tempi», in ottanta proposizioni. Vi erano tra l'altro condannati: il principio della libertà religiosa; l'affermazione che il pontefice romano può e deve riconciliarsi e transigere con il progresso; il liberalismo e la civiltà moderna; la pretesa dello Stato di avere il monopolio dell'istruzione e la giurisdizione sul matrimonio. Nel Sillabo era anche condannata la tesi che dichiarava utile alla Chiesa la caduta del potere temporale.

Il Sillabo ebbe naturalmente fortissime ripercussioni nel mondo cattolico. Napoleone III e Vittorio Emanuele ne proibirono la pubblicazione. Specialmente in Italia, acuì fortemente il dissidio fra la Santa Sede e lo Stato e i sostenitori della conciliazione fra Chiesa e Stato liberale si trovarono a mal partito: il cattolicesimo liberale, che aveva una ricca tradizione nelle città settentrionali, entrava in crisi.

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La legge del 1866 su enti e beni ecclesiastici

I rapporti fra il nuovo Regno d'Italia e il papato si inasprirono ulteriormente in seguito ad alcuni provvedimenti presi dal Parlamento italiano: per colmare il grave deficit della guerra del 1866 (la terza guerra di indipendenza), fu votata una legge con la quale venivano soppresse le corporazioni religiose e confiscati i loro beni, ed erano liquidati i beni stabili di quasi tutti gli enti ecclesiastici, eccettuati quelli delle parrocchie.

Un "fondo per il culto", che sostituiva la "cassa ecclesiastica", amministrato da laici, avrebbe provveduto a parificare gli stipendi del clero. Si procedette quindi alla liquidazione dei beni delle congregazioni religiose, al riordinamento e alla riduzione delle mense vescovili e dei capitoli delle cattedrali.

Don Giacomo Margotti, Né eletti né elettori, in «L'armonia della religione colla civiltà», 8 gennaio 1861

Nelle prossime elezioni noi non vogliamo essere né eletti né elettori. Ecco in due parole il nostro programma, il quale questa volta vincerà certamente. Non vogliamo essere eletti, perché non ci vogliamo tro­vare ai fianchi né di Liborio Romano, né del generale Nun­ziante, né di Camillo Cavour che compie bellamente il trium­virato.

Non vogliamo appartenere ad una Camera, che, a detta dei giornali, deve compiere la spogliazione del S. Padre, e dar opera a levargli anche la sua Roma (…). Di poi non vogliamo essere nemmeno elettori (... ) Dap­prima la lotta elettorale verte oggidì tra Camillo Cavour e Giuseppe Garibaldi, tra coloro che combattono il Papa colle ipocrisie e coloro che vogliono combatterlo apertamente col­l'empietà e colla demagogia. E noi diciamo; - Né l'uno, né l'altro: sono tutti della stessa buccia -. E ci asterremo.

In secondo luogo, quando noi pigliammo parte alle elezioni e in molti luoghi riportammo la vittoria, ci chiamammo ad­dosso ogni maniera di vessazioni e l'opera nostra andò in fumo. Dunque questa volta non vogliamo fare cosa inutile, e ci asteniamo. In terzo luogo per eleggere ci vuole piena libertà, e il piglio dei giornalisti e il contegno della rivoluzione, e le lezioni dell'esperienza ci dicono che non saremo pienamente liberi; epperò ci asterremo.

Finalmente le prossime elezioni sono la conseguenza di fatti precedenti, e debbono essere la causa di nuovi fatti si­mili. Ora è noto a tutti il giudizio nostro sugli avvenimenti dell'Italia centrale e meridionale, e questo giudizio ci impone di non pigliare nessuna parte né diretta, né indiretta alle ele­zioni (... ).

Non mica che sia o indifferenti sulle sorti della patria nostra, e neutrali nella battaglia che si combatte tra l'ordine e la rivoluzione. Ci sta vivamente a cuore che la Chiesa trionfi, che la nostra patria diventi ordinata, prospera e gloriosa. Ma col nostro voto non potremo ottenere ciò dagli uomini, e quin­di (... ) nel giorno delle elezioni noi pregheremo (... ) perché vinca una volta la santa causa della religione, del diritto e della giustizia; e con ciò non terremo né per Garibaldi, né per Cavour, ma serviremo potentemente la patria.

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