I Cattolici e
la questione nazionale

L'estraneità delle masse meridionali al processo unitario

La destra storica, erede politica di Cavour

La politica del nuovo regno risentì grandemente della scomparsa di Cavour. I governi della "destra storica" che gli successero, apparvero ai contemporanei più prosaici. In effetti, dopo Cavour, sembra di assistere a un deciso ripiegamento verso il conservatorismo.

In realtà la destra si componeva di uomini di non comune livello politico: dai piemontesi Quintino Sella e Giovanni Lanza, agli esponenti della destra moderata delle altre regioni italiane quali il toscano Bettino Ricasoli, l'emiliano Marco Minghetti, i lombardi Stefano Jacini ed Emilio Visconti Venosta, il napoletano Silvio Spaventa, personalità spesso di prestigio internazionale. Essi continuarono la linea politica di Cavour soprattutto nell'aspirazione a risolvere con il metodo della trattativa diplomatica i maggiori problemi ancora sul tappeto, Venezia e Roma, senza rompere con Napoleone e tentando di conciliare le esigenze patriottica e liberale con la tradizione religiosa del cattolicesimo. Inoltre avevano un senso rigoroso del denaro pubblico e della gestione finanziaria dello Stato. La questione di Venezia, la questione romana, il pareggio del bilancio furono i maggiori impegni politici che i gabinetti della destra dovettero affrontare.

La destra ebbe indubbiamente il merito di impiantare e consolidare l'assetto politico-amministrativo di uno Stato di grandi dimensioni. In questa fondamentale impresa quegli uomini espressero le loro qualità più caratteristiche: probità personale, idealismo nazionale, spirito di rigore e di servizio nell'amministrazione pubblica. Nel loro culto dello Stato "forte e autoritario", e più ancora nel sentimento aristocratico della politica, portarono tuttavia chiusure e rigidezze proprie dei ceti da cui provenivano e i limiti dottrinali della loro educazione: un forte senso dello Stato e un più debole senso della società civile e delle sue esigenze.

La matrice sociale

Il fenomeno del brigantaggio meridionale fu tra le prime e più serie minacce alla stabilità del nuovo regno. Per la complessità delle forze che in esso confluirono, per l'estrema gravità degli sviluppi, per l'altissimo prezzo umano che esso costò, il fenomeno superò di molto i termini di un puro e semplice episodio di delinquenza comune organizzata sullo sfondo di una situazione di anarchia, e assunse aspetti anche di un conflitto civile e sociale.

Alla base del fenomeno del brigantaggio tradizionale, piaga del regno meridionale, specie in Calabria, Lucania e Puglia, vi era un profondo malessere sociale: la condizione di miseria e di abiezione in cui vivevano le masse contadine; l'oppressione e l'incuria dei ceti che monopolizzavano la proprietà fondiaria; il tradizionale malgoverno borbonico.

Le ricorrenti rivolte contadine trovavano spiegazione, dunque, anche in un'acuta e infelice condizione sociale. I contadini avrebbero voluto rovesciare, in forme confuse, disordinate e devastatrici, un assetto sociale ritenuto insopportabile. Essi aspiravano in primo luogo a entrare in possesso della terra.

L'estraneità delle masse meridionali al processo unitario

È una caratteristica di rilievo il fatto che la rivolta contadina, in mancanza di un movimento politico autonomo che ne sposi le cause e ne organizzi le forze, finisca tradizionalmente per ricadere sotto le influenze reazionarie dei legittimisti e dei clericali: così era accaduto nel 1799, allorché la protesta sociale si era incanalata nell'insurrezione sanfedista per travolgere la repubblica giacobina; e poi nel periodo napoleonico, quando nelle campagne calabresi si era diffusa la guerriglia antifrancese.

Le grandi masse contadine meridionali erano rimaste sostanzialmente estranee alla rivoluzione liberal-nazionale.

I moti carbonari del Mezzogiorno erano stati espressione di interessi e di idealità prettamente borghesi, ostili del pari alla causa popolare e al regime aristocratico dei Borboni. I contadini siciliani che avevano accolto Garibaldi con entusiasmo speravano in una ridistribuzione di terre, e durante la "marcia" si erano gettati sulle proprietà dei "galantuomini" (i borghesi proprietari meridionali); ma il nuovo regime aveva immediatamente deluso quell'attesa; e delusa era rimasta anche la profonda aspettativa meridionale di un'autonomia regionale, particolarmente sentita in Sicilia.

L'aumento della fiscalità e la costrizione obbligatoria

La crisi di trapasso da un regime all'altro, anche se rappresentò un notevole progresso per quanto riguarda la qualità della vita sociale, aggravò seriamente le condizioni materiali delle popolazioni meridionali.

Da una parte venivano meno gli impieghi e le attività tradizionali, legate alle strutture paternalistiche del vecchio regime; dall'altra aumentava la pressione fiscale, che nella patriarcale gestione borbonica era stata relativamente mite e che ora, a causa dei problemi di bilancio, era piuttosto forte e colpiva indiscriminatamente la popolazione con il sistema delle imposte indirette sui consumi popolari.

Infine la coscrizione militare obbligatoria, allora introdotta, era un nuovo peso per le popolazioni agricole meridionali: dopo l'imposizione nel 1861 del servizio militare obbligatorio - per la prima volta nella storia della Sicilia - 25 mila coscritti si diedero alla macchia, e l'impiego su vasta scala dell'esercito per catturarli non ottenne grandi risultati.

La rozzezza e la brutalità del brigantaggio

Al fondo dell'esplosione del brigantaggio dopo il 1861 possiamo trovare le vecchie e profonde ragioni di disagio sociale, le delusioni che seguirono alle speranze accese dalla rivoluzione garibaldina, la crisi generale e i carichi fiscali imposti dal nuovo regime, ma anche la diffidenza radicata del contadino verso i signori, i nuovi ricchi, le strutture dello Stato moderno. La maniera di farsi ragione del brigante era molto spesso brutale, collerica, vendicativa. In nessun momento e in nessun luogo egli fu capace di instaurare un ordine. La sua rabbia si concentrava in maniera particolare sui nuovi maggiorenti dei paesi, da cui si riteneva defraudato.

Il brigante ebbe molto spesso il sostegno del contadino, che sperava sempre di ottenere qualche parte nella divisione delle terre che una volta appartenevano ai comuni (quotizzazione dei demani comunali) e di poter conservare antichi usi civici. Il brigantaggio si presentò come un movimento anarcoide, senza guida, rozzo, molto spesso crudele e sanguinario, che operava in una situazione sociale ed economica di profonda arretratezza.

La repressione militare e la legge Pica

Bettino Ricasoli, che succedette a Cavour, intraprese la repressione del brigantaggio inviando a Napoli come alto commissario il generale Cialdini. Nella lunga e sanguinosa guerriglia che seguì, l'esercito fu affiancato da formazioni volontarie della Guardia nazionale, costituita dalla stessa borghesia agraria locale in armi.

Nel 1863, le risultanze della commissione di inchiesta guidata da Massari per accertare le cause del fenomeno e suggerire i metodi della repressione fornirono la base a una legislazione eccezionale (legge Pica, 15 agosto 1863), che affidò ai tribunali militari i processi del brigantaggio. La fase più importante della guerra contro le bande più organizzate si chiuse nel 1865, ma manifestazioni di guerriglia anche rilevanti continuarono fino al 1870, sostenute finanziariamente dai Borboni, che si erano rifugiati a Roma. A dare la misura della portata di questa guerra e delle difficoltà incontrate nella repressione, basterà ricordare che le truppe mobilitate nel Mezzogiorno giunsero a contare 120 mila soldati, circa la metà dell’intero esercito nazionale. Migliaia e migliaia di soldati morirono di malaria.

L'operazione militare cancellò pressoché ogni residuo di legittimismo borbonico e riportò l'ordine nelle regioni meridionali. Non avviò invece a soluzione il problema agrario e sociale del Mezzogiorno; al contrario servì a confermare e consolidare l'egemonia economica e politica della borghesia agraria e la soggezione dei contadini.

La vendita di terreni pubblici ed ecclesiastici

Anche la successiva politica meridionale non giovò a migliorare la situazione socio-economica né a estendere i consensi al nuovo regime. La vendita di vastissimi terreni comunali e demaniali dell'ex Regno borbonico e dei beni degli ordini religiosi soppressi con la legge del 1866 (per un totale di circa un milione di ettari) avrebbe dovuto, secondo le intenzioni del governo, migliorare la distribuzione della proprietà fondiaria, incrementando la piccola e media proprietà e colpendo il latifondo con la sua coltura estensiva e arretrata.

In realtà l'operazione, che serviva principalmente a coprire le più urgenti necessità dell'erario, non avvantaggiò i contadini, che raramente avevano la disponibilità finanziaria per acquistare la terra, e comunque per sostenere le anticipazioni e i rischi della messa a coltura. Le nuove terre finirono perciò in massima parte nelle mani della borghesia agraria, la quale, essendo padrona dei comuni, non solo riuscì con vari trucchi ad accaparrarsi i migliori lotti di terra posti in vendita, ma mise le mani anche sulle terre demaniali, sulle terre cioè di proprietà dei comuni o dello Stato.

Peggiora la condizione delle masse meridionali

Le masse contadine, mentre non traevano benefici dalla nuova commercializzazione delle terre, persero, per effetto della vendita dei beni demaniali, il godimento degli antichi "usi civici", tra cui il diritto di pascolo e quello di far legna. La liquidazione delle proprietà degli ordini ed enti religiosi si risolveva ugualmente in un danno per le popolazioni rurali, che alle proprietà fondiarie e ai beni della Chiesa avevano ampiamente fatto ricorso per il loro sostentamento.

Anche i salari e le condizioni di lavoro peggiorarono con il passaggio dei contadini alle dipendenze del proprietario borghese, assai più attento alla cura dei propri interessi e quindi esoso.

La rivolta siciliana del 1866

Il disagio meridionale non veniva dunque meno. Continuavano a diffondersi sentimenti di malcontento, pronti a esplodere nei momenti di debolezza e di crisi dello Stato.

Una grave rivolta scoppiò in Sicilia nel settembre 1866, guidata dagli stessi uomini che sei anni prima avevano organizzato la rivoluzione popolare contro i Borboni. Il moto ebbe il sostegno del clero, dei lealisti borbonici, dei repubblicani e dei separatisti. Per sette giorni la città di Palermo rimase nelle mani dei rivoltosi; le perdite umane furono più elevate che nel 1860. Seguì lo stato d'assedio e una dura repressione. Anche in questa circostanza il risultato che si ottenne fu un più accentuato autoritarismo da parte del governo.

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