I Cattolici e
la questione nazionale

La convocazione del primo Parlamento italiano e la politica della destra storica

La convocazione del primo Parlamento italiano

Nel gennaio 1861 si ebbero in tutti i territori annessi al Regno sabaudo le elezioni al primo Parlamento italiano. Quantunque eletto da una minoranza di cittadini, data la ristrettezza del suffragio (la legge elettorale piemontese diede diritto di voto a poco più di 400 mila elettori), il nuovo Parlamento accolse rappresentanti da ogni parte della penisola, ed ebbe sede a Torino, dove si riunì per la prima volta il 18 febbraio 1861.

I suoi primi atti legislativi investirono le massime questioni istituzionali: proclamazione del Regno d'Italia, attribuzione a Vittorio Emanuele II e ai suoi eredi del titolo di re - con la formula «per grazia di Dio e per volontà della nazione», che affiancava alla ragione dinastica quella plebiscitaria -, proclamazione di Roma a futura capitale del regno.

Il ministero fu ricomposto sotto la presidenza di Cavour e accolse personalità di diversa provenienza regionale. Dopo aver promosso il dibattito parlamentare, in due famosi discorsi Cavour perorò calorosamente le ragioni per cui a suo giudizio «Roma, e Roma sola doveva essere la capitale d'Italia».

Commento politico

Si apre la questione romana

Cavour, stimolando la proclamazione di Roma capitale, intendeva tra l'altro che soltanto Roma capitale avrebbe potuto eliminare il crescente antagonismo fra Torino e Milano da una parte, Napoli e Firenze dall'altra, antagonismo che minava alle fondamenta la coesione del nuovo Stato. D'altro canto, la destinazione di Roma a capitale implicava una presa di posizione in ordine al delicato rapporto con la Chiesa. Roma non era come una qualsiasi altra capitale degli Stati italiani decaduti, Roma era la città del papa e la capitale dello Stato pontificio: i diritti del papato su questa città risalivano al Medioevo.

Nella questione romana era implicata non solo una questione di legittimità dinastica, ma anche una questione di rapporti con la massima autorità religiosa, riconosciuta da milioni di cattolici fuori e dentro l'Italia. Si poteva occupare Roma con la forza militare senza suscitare allarmi e sospetti nelle coscienze di milioni di cattolici? È vero che si sarebbe potuto studiare una via pacifica per risolvere il problema: la via del negoziato. La Chiesa avrebbe potuto accettare dal nuovo Stato italiano precise garanzie per svolgere in completa libertà la sua missione.

Cavour prospettò la soluzione del conflitto con la Santa Sede nella formula, ambigua e molta discussa, «libera Chiesa in libero Stato».

Commento politico

La morte di Cavour

La questione romana e il problema meridionale assillarono Cavour fino agli ultimi momenti della sua vita, che si spense improvvisamente il 6 giugno 1861. Aveva solo 51 anni. La sua morte prematura provocò un'incolmabile frattura nella continuità della politica che aveva orientato l'opera di unificazione nazionale. Il momento era dei più difficili nella vita dello Stato: si trattava di uniformare le varie leggi, il sistema fiscale, l'organizzazione amministrativa e militare di regioni che avevano costumi, tradizioni e mentalità diverse, oltre che uno sviluppo economico differente; si doveva inoltre decidere attorno alla questione istituzionale, cioè attorno al tipo di collaborazione politico-amministrativa che avrebbe dovuto collegare le distinte unità storiche regionali nella struttura generale dello Stato.

La questione istituzionale

Negli ultimi tempi della sua esistenza il grande statista aveva posto mano alla delicatissima questione dell'impianto del nuovo Stato: la cosiddetta questione istituzionale. La scelta era tra una soluzione accentrata e uniforme, e una soluzione che, entro l'ambito dello Stato nazionale, consentisse alle regioni tradizionali di conservare una certa autonomia di gestione politica e istituti differenti. Il problema era in realtà molto difficile da risolversi, per le diversità stridenti che esistevano tra regione e regione, per la disparità di interessi, di condizioni economiche, di leggi, di costumi, di istituzioni. Le simpatie della maggior parte dei moderati andavano a un'organizzazione statale di tipo inglese, fondata sull'autogoverno con le più ampie autonomie locali. L'autogoverno popolare era sostenuto da Mazzini, e, in termini più radicali, dal lombardo Carlo Cattaneo e dai democratici: questi auspicavano forme di federalismo del tipo svizzero. Cavour stesso aveva riconosciuto l'esigenza che, nel quadro di una "grande e forte nazione", trovassero spazio le autonomie: da questo orientamento era scaturito il progetto Cavour-Farini-Minghetti di largo decentramento regionale. Tale progetto fu però respinto dalla commissione parlamentare e fu accolta invece la proposta di estendere a tutto il regno la legge amministrativa piemontese del 1859; lo statuto albertino del 1848 divenne nel 1861 legge costituzionale italiana.

«Roma, e Roma sola doveva essere la capitale d'Italia»
Camillo Benso, conte di Cavour

L'accentramento amministrativo

In base al sistema piemontese, modellato a sua volta su quello francese-napoleonico, il regno fu diviso in 59 province di grandezza approssimativamente uguale, retta ciascuna da un prefetto, rappresentante del governo centrale; le province vennero divise in circondari e i circondari in comuni, dotati ciascuno di organizzazione e poteri identici. Prefetti, sottoprefetti e sindaci erano nominati e controllati dal ministro dell'Interno; di fatto, attraverso i prefetti, il governo si assicurava un rigido controllo su tutta la vita locale.

Così l'accentramento, che per Cavour era stato una linea politica adottata temporaneamente per l'urgenza delle circostanze, divenne sistema stabile di organizzazione. Le possibilità di uno sviluppo più libero della società civile furono sacrificate alla preoccupazione di evitare spinte centrifughe, di rafforzare il controllo dello Stato da parte della classe dirigente moderata e di conservare l'unità nell'ordine.

Uno degli uomini più illuminati del nostro Risorgimento, il lombardo Stefano Jacini, autore della prima grande inchiesta sulle condizioni della nostra agricoltura, tentò vanamente di convincere la classe dirigente ad abbandonare la politica centralizzatrice, che avrebbe avvilito ogni possibilità di sviluppo delle autonomie civili locali.

L. Sturzo Nord e sud. Decentramento e Federalismo, in «Il sole del mezzogiorno», 1° aprile 1901

[il brano riportato è la parte conclusiva dell’articolo di Sturzo]

Tra tutte le cause della questione del nord e sud Italia, pare adunque che le principali siano l'accentramento di stato e l’uniformità tributaria e finanziaria.

Se sì vuole perciò arrivare alla radice del male si deve avere il coraggio di affrontare lo questione, senza le solite titubanze, e volere quel rimedio (lo chiamiamo eroico?) che gli uomini politici liberali hanno paura di proporre, per una di quelle false concezioni che fatalmente predominano nella storia. Il rimedio sarebbe ed è un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federalizzazione delle varie regioni, che lasci intatta l'unità di regime. Non voglio essere frainteso, perché la poca saldezza di fede nei princìpi liberali, sui quali si è voluta poggiata l'unità della patria, è la causa di un timor panico e geloso che invade i nostri uomini, Quando si parla di decentramento e di federalizzazione regionale, e che li ha costretti a sancire quell’uniformità, che doveva servire a togliere le cuciture (è parola di Crispi) delle varie regioni, e doveva dare la spinta a quell'accentramento di stato, che è la rovina delle nazioni moderne.

La questione nostra non è politica; è amministrativa e finanziaria. Che le regioni italiane abbiano finanza propria e propria amministrazione, secondo le diverse esigenze di ciascuna, e che la loro attività corrisponda alle loro forze, senza che queste forze vengano esaurite o sfruttate a vantaggio di altre regioni e a danno proprio, è razionale e giusto, date le enormi differenze che intercedono tra le une e le altre. Come è razionale e giusto che si possano tra le regioni ripercuotere i vantaggi ed i beni delle une sulle altre, per quel santo principio di nazionalità, che invece di disconoscere, altamente proclamiamo. L'unità di regime serve a collegare finanziariamente ed economicamente le regioni, e a dare unità legislativa, giudiziaria, coattiva e militare, e in tutto ciò che è apparenza politica interna od estera. È tempo oramai dì comprendere come gli organismi inferiori dello stato - regione, provincia, comune - non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma hanno e devono avere vita propria, che corrisponda ai bisogni dell'ambiente, che sviluppi le iniziative popolari, dia impulso alla produzione ed al commercio locale.

Così solo si potranno togliere le sproporzioni, ed avviare le regioni alla tutela ed al miglioramento delle proprie industrie, alla razionale ripartizione dei pesi ed alla giusta partecipazione ai vantaggi. E così solamente la questione del nord e sud piglierà la via pratica di soluzione, senza ingiustizie e senza odi e rancori.

Il giornalismo italiano dovrebbe far sue queste tendenze, che qua e là si vanno manifestando, dando loro il coefficiente della popolarità, che è uno dei fattori di un buon successo.

«Il sole», nato per la giusta tutela degl'interessi del sud, son sicuro che desta la pubblica opinione siciliana, fa propria la rivendicazione delle autonomie regionali contro l'accentramento e l'uniformità dello stato.

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