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Bossi: non si tratta con il ricatto, autonomia contro recessione - "Nuova Fase", 19 settembre 1997

La sfacciata compagna "secessionista" di Umberto Bossi, che dovrebbe culminare con la grottesca e illegale elezione di un Parlamento padano, crea sconcerto, reazioni di valore civile, polemiche politiche e prese di posizione istituzionali. Sembra tuttavia tardare l'analisi di fondo di un fenomeno di inquietante lacerazione della società italiana come quello della Lega-Nord. Generale è lo sdegno dei democratici, anche di destra, ma le due più diffuse strategie di contenimento paiono insufficienti.

La prima si appella agli atti di forza, all'imperio della legge, per porre fine alla consumazione, implicita ed esplicita, di reati e violazioni che minano la convivenza civile e l’immagine internazionale dell’Italia. La seconda confida sul logoramento di un leader insultante e umorale, sul velleitarismo del suo disegno di sovversione, su un isolamento culturale e politico che giornali e televisioni infrangono per primi e che diffuse alleanze locali ispirate a ragioni di potere privano di credibilità.

C’é subito da notare che vi sono elementi essenziali e inseparabili per una offensiva in positivo contro l’eversione leghista in entrambe queste strategie. Quando si vogliono dividere e contrapporre aree del territorio nazionale, operare discriminazioni razziste, precostituire nuclei in divisa di una milizia di parte, bruciare le tessere altrui e minacciare gli avversari si è già oltre il limite. Se poi si indicono le elezioni di un Parlamento diverso, si vilipende la bandiera nazionale, diventa un dovere irrinunciabile, del Governo e non dei partiti, la difesa inflessibile delle leggi, della Costituzione, delle regole della convivenza civile.

Così come tocca alla Magistratura, sino a quando varrà il principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale, perseguire i reati noti o segnalati da cittadini, da Amministrazioni o da organi istituzionali che non dovrebbero concedere autorizzazioni contrarie alle leggi o avallare atti che ne costituiscono violazione. Il far finta di non vedere non si addice alle istituzioni. Gli interventi in difesa della legalità non hanno bisogno di roboanti motivazioni, di spirito repressivo o persecutorio, ma di puntuali e severe contestazioni, di fermi rifiuti, di passi verso l’autorità giudiziaria per le violazioni di legge fatte da persone, gruppi o associazioni.

Si sbaglia ad aspettare il “fatto” grosso, l’intervento plateale, più vicino alla repressione che crea vittime che non ad una paziente, efficace, scrupolosa difesa delle istituzioni e dei diritti di tutti. Questa linea di condotta è in ritardo a causa di sottovalutazioni, furbesche tolleranze, anche se va riconosciuto che il Governo Prodi ha lodevolmente annunciato un atteggiamento di fermezza istituzionale in vista di scadenze cruciali della minaccia secessionista.

Come si è osservato il disegno della secessione, della rottura dell’unità nazionale, animato da egoismo razzista, da miti paganeggianti, da un rozzo anticlericalismo, richiede soprattutto risposte culturali, civili, politiche e persino di costume. E’ qui che occorrono serietà di analisi e proposte concrete da apporre al “leghismo” per radicare e far crescere nella società la coscienza di reali soluzioni alternative. Vanno tenute nettamente distinte le azioni illegali dalle opinioni sempre legittime in democrazia. Questo sforzo non può essere chiesto alle istituzioni e non può limitarsi a condanne, polemiche, contro-manifestazioni.

I forti richiami del Presidente Scalfaro

Tra le voci più ferme in difesa della legalità e dell’ordinamento si è puntualmente levata, con il massimo di autorevolezza, quella del Capo dello Stato. Appellandosi, giustamente, al buonsenso di tutti, il Presidente Scalfaro ha per tempo ammonito che le eventuali elezioni padane, escluse anche formalmente da una decisione del Parlamento, sono “fuori e contro la Costituzione”. (1) A nessuno può essere consentito di indire in Italia, unilateralmente, consultazioni per eleggere una Assemblea parlamentare sulla base di liste camuffate di un solo partito.

Per chiamare alle urne è necessaria, come noto, una decisione formale del Governo, sottoscritta dal Presidente della Repubblica e pubblicata sulla gazzetta Ufficiale, e vanno applicate e rispettate procedure di controllo della presentazione delle candidature e dell’esito del voto a garanzia del diritto di tutti i cittadini. Non basta paragonare una violazione così grave e rilevante ad una bizzarria da sopportare per non fare il gioco di chi punta alla secessione.

Né si può teorizzare, come fa Bossi, una doppia legalità in vista di una trattativa per lottizzare le spoglie dell’ordinamento perché questo è già una rottura dei principi costituzionali e della legislazione vigente. Lo stato può e deve essere riformato anche con ipotesi radicali solo ricorrendo, correttamente, agli strumenti legali delle decisioni in Parlamento e, nei casi previsti, al referendum popolare. Altre procedure sono illegali e richiedono atti di prevenzione, interventi motivati, da parte di chi ha il dovere di fare rispettare le leggi, prima del ricorso, dopo che i reati sono stati compiuti, all’autorità giudiziaria.

L’inerzia istituzionale non paga. Veltroni ha giustamente ricordato che non possono esistere, in un Paese democratico, due Parlamenti. E’ da condividere l’opinione che si tratta di eleggere, coinvolgendo in forme anche inedite elettorali e simpatizzanti, organi di partito o di movimento, non ci sono obiezioni. Ma questo è un chiarimento da ottenere da chi organizza la consultazione, non da chi osserva e magari cerca alibi per non assumere le proprie responsabilità.

La realtà non cambia solo perché è interpretata diversamente o si decide, finalmente, di dare minore spazio alla Lega. Né l’insuccesso delle più recenti manifestazioni per la proclamazione della Padania, accompagnate da giuramenti, insulti, vilipendi, oltre che dall’invito a non commettere il reato di pagare le tasse all’Italia, può cancellare la manifesta volontà di infrangere ogni principio di legalità.

Non si tratta di mostrare i muscoli o di ricorrere con leggerezza ad atti repressivi, ma di difendere in ogni momento, senza tentennamenti, le leggi in vigore tenendo sempre aperta, responsabilmente, la via del dialogo, del ritorno operativo nelle sedi istituzionali, che non impediscono alla Lega di far valere con piena legittimità le proprie proposte o di svolgere, con il massimo di intransigenza, le sue battaglie di opposizione. Il futuro dirà se il buonsenso è prevalso o se i democratici, a prescindere dalle logiche di schieramento, saranno stati all’altezza di questa significativa prova.

Giusta e parziale l’analisi di Michele Salvati

In un articolo sul “Corriere della Sera”, che riprende la prima parte del suo intervento al convegno di Cernobbio della Fondazione Ambrosetti, l’on. Michele Salvati (PDS) ha avviato, sulla scorta di un’analisi giusta anche se parziale, una seria discussione sul come affrontare l’inquietante pericolo secessionista. (2) E’ questa l’unica strada percorribile per opporsi costruttivamente, sul piano culturale e politico, al fenomeno del leghismo. E’ opinione diffusa, da lungo tempo, che l’attuazione in anticipo di alcune proposte antistatali di Bossi o la rincorsa sul terreno di un ambiguo federalismo avrebbe, in sostanza, svuotato la Lega ridimensionandone l’affermazione.

Salvati attribuisce con una certa generosità alla protesta leghista, concentrata nel settentrione ed in alcuni ceti sociali, il merito di aver espresso una domanda di “federalismo” che ha costretto a discutere di riforma federale dello Stato. La tesi è in parte corretta dalla fondata constatazione che alla base della suggestione della macro-regione del nord, anzi della presunta “nazione padana”, vi era un irreversibile impulso separatista. La Lega non si è mai fatta carico, in nessun momento, dei problemi e del destino delle altre aree del Paese e del complesso delle istituzioni repubblicane.

La separazione avrebbe di per sé risolto, con una chiusura localista ed egoista, i problemi della corruzione, delle tasse, dell’inefficienza pubblica, dell’accumulazione delle risorse e della prosperità economica. L’obiettivo non era, sin dall’inizio, nemmeno quello della integrazione federale tra entità differenziate in un unico territorio in alternativa con una omologazione nazionale di tipo centralistico. In questa ipotesi ci sarebbe stata, in parte, almeno qualche analogia con altri modelli di Stato federale. Il dato prevalente era invece ed è la rottura dell’unità nazionale. Si può convenire con Salvati che, alla luce di questa impostazione, il passaggio da un presunto federalismo alla secessione non stupisce più di tanto. Una prima conclusione merita qualche chiarimento. “E’ evidente – scrive l’on. Salvati – che l’offerta di federalismo verso cui si sta orientando la Bicamerale non può soddisfare le domande politiche della Lega, e che tale offerta sarà accettata solo strumentalmente, solo nella misura in cui i maggiori poteri concessi alle Regioni possono costituire un trampolino di lancio per una escalation secessionista”. La sfida impropria è tra una accentuazione dell’autogoverno regionale, delle Regioni così come sono, ed una corsa senza fine alla secessione anche per questa via.

In tale prospettiva Bossi può chiedere sempre qualcosa di più e di diverso da quello che è in grado di ottenere e lo sbocco di una ambiziosa mediazione politica, cioè di un incontro tra domanda ed offerta di un equivoco federalismo, risulta assai fragile se non inconsistente. Non solo. L’ipotesi di trattativa con alle spalle la minaccia secessionista, accettata ora da Bossi per attenuare con il ritorno nella Bicamerale le lacerazioni provocate, sembra escludere la riforma generale dello Stato, il valore complessivo delle istituzioni, la solidarietà nazionale in settori decisivi, dall’economia alla politica estera, che nessun modello federale rigetta a priori o sottovaluta.

La costruzione della Repubblica delle autonomie

Questi interrogativi non trovano risposte. Salvati teme, anche in precisazioni al “Corriere”, che un federalismo limitato ad un parziale aumento dei poteri delle Regioni e degli Enti locali si riveli deludente, alla prova dei fatti, e possa provocare, per il suo scarso funzionamento, una ancor più forte ondata secessionista. Di fronte a questo pericolo, scartata la proposta della Fondazione Agnelli poco praticabile perché tecnocratica di un più elevato numero di regioni, la proposta resta solo l’offerta di un più forte federalismo o, comunque, di maggiori autonomie regionali.

L’on. Salvati si augura che emerga nella Bicamerale questo maggiore coraggio, riconosce onestamente la spinta positiva che può venire in particolare dai “popolari” eredi di Sturzo, si fa carico dei dubbi che accompagnano un ambigua ipotesi federalista, ammette che è “difficile e rischioso cercare di seguire la lega sul suo terreno, ma si ferma sulla soglia di questo problematico giudizio. Di qui la parzialità di una sia pur giusta e condivisibile analisi. Lo sbocco proposto non rompe la spirale perversa della rincorsa alla protesta leghista, del federalismo strumentale e privo di respiro nazionale, del permanente ricatto secessionista.

Il rischio evidente è la subordinazione alla logica di una trattativa con il fucile in spalla che, per Bossi, altro non è che lo stratagemma di una lottizzazione di istituzioni da frantumare più che da riformare. Non è certo un rimedio continuare a scrivere e riscrivere, come fa il relatore D’Onofrio, bozze oscillanti tra la protesta leghista e le resistenze centraliste. Il voto beffardo della Lega sul presidenzialismo dovrebbe pure insegnare qualcosa ai molti che solo per eventi imprevisti hanno cambiato, tra accentuate contraddizioni, il loro percorso di riforma costituzionale.

Il coraggio che manca è quello di proporre una reale alternativa all’istinto secessionista e non negoziabile di Bossi, al finto federalismo della lega e di quanti continuano a rincorrerla, e cioè di attuare un progetto che unisca in un disegno organico di riforme un forte sistema di autonomie regionali e locali, il reale smantellamento del centralismo, la costruzione di una Repubblica con ampio decentramento di poteri già delineata nella prima parte della costituzione del 1947 e, purtroppo, mai attuata. (3)

Non è una prospettiva scontata. L’istituzione di una effettiva camera delle autonomie, profondamente diversa dalla insoddisfacente formula escogitata, un ampio e quantificabile trasferimento di poteri fiscali coerente con il potenziamento ad ogni livello dell’autogoverno locale, il riordino con criteri di reale decentramento della Pubblica Amministrazione e degli apparati statali, sono le prove di credibilità da offrire ai cittadini, più che alla Lega, se si vuole mettere a nudo il “bluff” secessionista ed avventuroso di Bossi, sottrarsi al suo ricatto, acquisire consensi durevoli tra elettori scontenti e delusi.

L’insostenibile paragone tra Scozia e Padania

Per enfatizzare la sua rumorosa e dirompente campagna per la secessione e l’indipendenza del Nord, Bossi si è a volte richiamato all’esempio scozzese. Niente è più insostenibile del paragone con la Scozia. La cosiddetta “nazione padana” è una invenzione da tribuno, non ha alle sue spalle una storia vissuta, è di difficile definizione quanto a specifici valori culturali, civili e a territorio. Tutto il contrario della Scozia che, dall’atto di Unione con l’Inghilterra del 1707 alla durevole e intransigente rivendicazione di autonomia, è chiaramente identificabile, ha dietro di sé un patrimonio storico incontrovertibile, ed è tuttora protagonista di una ferma difesa delle proprie tradizioni.

Già duecentonovanta anni fa, al termine di contrasti e lotte in difesa dei loro diritti, gli scozzesi concorsero a realizzare l’unità della Gran Bretagna conservando ampi margini di autonomia in campo ecclesiastico, amministrativo e giudiziario, entrando nelle Camere dei Comuni e dei Lord con proprie rappresentanze e facendosi carico di oneri finanziari limitati al 2,5% del reddito nazionale.

La battaglia autonomistica è continuata, anche per contrastare spinte centraliste, e ora la Scozia è al centro di una nuova fase di riforma che influenzerà nel suo insieme il sistema inglese. Il “New Labour” di Tony Blair ha messo al primo posto del suo programma un ampio riordinamneto istituzionale e i banchi di prova del potenziamento dell’autonomia e di una maggiore partecipazione popolare saranno, oltre alla Scozia, il Galles e la struttura amministrativa della grande Londra. (4)

“Se vogliamo rinnovare la nostra democrazia – aveva detto Blair nella campagna elettorale – dobbiamo cominciare dal governo locale: il governo più vicino alla gente”. E un liberale come Dahrendorf aveva commentato che “dopo diciotto anni di accentramento conservatore l’Inghilterra potrebbe cambiare con una politica che ponga al cuore delle riforme costituzionali il decentramento”. Il governo laburista non punta solo sull’istituzione di Assemblee parlamentari con compiti specifici in particolari regioni (la Scozia disponeva di un suo Parlamento al tempo dell’Atto dell’Unione nel 1707), ma ha parallelamente in cantiere la modifica delle funzioni della Camera dei Comuni, l’eliminazione del diritto ereditario dei Lord, la riforma del sistema fiscale e della Pubblica Amministrazione. Le promesse cominciano ad essere mantenute. Il previsto referendum per una maggiore autonomia in Scozia, con l’elezione di un Parlamento a Edimburgo che entrerà in funzione tra due anni, ha accolto le proposte laburiste con il 74,3% di voti favorevoli, con una partecipazione al voto dell’80% e l’esito positivo influenzerà i processi di riforma. La scelta autonomistica è stata netta, senza ambigui risvolti federalistici.

I quesiti erano precisi, anche in materia di trasferimento di poteri fiscali, e la Camera dei Comuni cui spetta fare le leggi di attuazione ha davanti a sé un preciso binario. Nel giugno 1999 la Regina, a conferma di una preziosa unità istituzionale, presenzierà all’inaugurazione del nuovo Parlamento scozzese. “Finisce l’era dei governi centralizzati – ha commentato Blair – con una buona giornata per la Scozia, per la Gran Bretagna ed il Regno Unito”, C’è un abisso tra questo processo riformatore e le agitazioni secessioniste di Bossi.

Giorgio Lago, studioso dei problemi del nord-est italiano, ha accusato il capo leghista di lavorare per la dissoluzione del suo movimento ed ha fatto l’elogio dei laburisti inglesi per la rapidità delle loro decisioni. La critica ha il sostegno di uno storico autorevole come Denis Mack-Smith che ben conosce l’Italia. Dopo aver ricordato che l’autonomia della Scozia non ha nulla a che fare con la secessione, lo storico inglese ha aggiunto che il paragone con la Padania è impossibile anche perché mentre “il movimento scozzese è molto democratico per la sua base e per la sua storia, Bossi è avvertito come un uomo rozzo di metodi dittatoriali”.(5)

Quanto alla rapidità bisogna aggiungere che essa non ha nulla a che vedere con l’improvvisazione, anzitutto perché i laburisti hanno studiato la “questione scozzese” e lo stato delle loro istituzioni per mezzo secolo e poi perché il dinamismo di Blair è favorito, oltre che dalla rapidità dei tempi, da un programma di riforma generale dell’ordinamento dell’amministrazione, di equa distribuzione delle risorse, ispirato ad una chiarezza di scelte che diffonde fiducia e certezza di cambiamento.

Il Parlamento arbitro della riforma costituzionale

Anche l’Italia si trova di fronte ai problemi di un profondo riordino istituzionale, di un reale smantellamento del centralismo, di un effettivo potenziamento delle autonomia, che consenta di sottrarre il valore dell’unità nazionale al rischio di una velleitaria e grossolana secessione. Per troppo tempo si sono accantonate riforme che erano in questo campo possibili anche a Costituzione invariata, che l’art. 5 prevede incisivamente, e si sono trovati molti alibi per rinviarne l’attuazione alla fine di un lungo e complesso processo di revisione costituzionale.

Già in questa scelta vi sono grossi margini di ambiguità e di fragilità politica. In attesa della seconda parte della nuova Costituzione si è in pratica rinviato ogni atto di riforma, ad eccezione delle positive misure di semplificazione e di decentramento della legge Bassanini, mentre è sempre più urgente, anche come antidoto all’agitazionismo di Bossi, introdurre rapidi cambiamenti. Non si è nemmeno esclusa l’ipotesi, in materia di autonomie regionali, di disciplinare le nuove competenze con Statuti sottoposti a legge costituzionale e quindi varati molto dopo l’approvazione del Parlamento e per Referendum della nuova Costituzione.

La scorciatoia più scandalosa è quella di costituzionalizzare i principi che regolano il conflitto di interessi rinviando alle calende greche una legge ordinaria che è urgente, preliminare, e può essere approvata – come è accaduto in un ramo del Parlamento nella passata legislatura – a Costituzione invariata. Ci sono, certamente, modifiche rilevanti da introdurre con il processo di revisione della Costituzione, ma non giova fare di ogni erba un fascio e rinviare riforme urgenti e possibili a scadenze lontane ed esposte a rischio.

Lungo e complesso sarà l’esame parlamentare in doppia lettura. E non va dimenticato che il referendum confermativo, considerato da Giuseppe Dossetti incostituzionale per la eterogeneità del quesito (6), potrebbe non risultare scontato nel suo esito se alcune modifiche, ad esempio in materia di giustizia o in altri punti, non incontrassero il consenso popolare necessario. Con il rigetto della proposta tutto tornerebbe in alto mare ed il ritorno alle procedure previste dall’art. 138 potrebbe avvenire, tra anni, in un clima caotico e carico di pericoli per le stesse istituzioni.

Nel merito è certo positivo che la Commissione Bicamerale non abbia avuto esiti platealmente negativi. Ma l’ossessione di evitare a tutti i costi il fallimento ha pesato su alcuni risultati stentati e fragili, frutto di un compromesso strisciante condizionato dalla destra presidenzialista, ed ha lasciato insolute questioni delicatissime, dal bicameralismo alla giustizia, dalle competenze per lapolitica estera e di difesa al rapporto tra intervento dello Stato ed iniziativa privata, dal ruolo di garanzia del Capo dello Stato alle funzioni di altri organi costituzionali, che torneranno all’esame del Parlamento.

Anche le procedure per l’esame, in Bicamerale, degli oltre quarantamila emendamenti sollevano perplessità. E’ corretto considerare irricevibili modifiche contrastanti con la prima parte della Costituzione, ma è dubbio che basti una riscrittura, da parte dei relatori, dei testi già approvati e nuovamente proposti al voto per togliere validità agli emendamenti. Il contenzioso e proposte di modifica torneranno, appesantendo le procedure, all’esame nelle aule parlamentari.

La competenza del Parlamento è assoluta e primaria e non è condizionata nemmeno dalle proposte della Bicamerale. Tutto va considerato aperto, a cominciare dall’opzione tra presidenzialismo e cancellierato frutto del beffardo colpo di mano leghista, e se è necessario tutto può essere legittimamente modificato. Nel nostro ordinamento è solo il Parlamento l’arbitro supremo della riforma costituzionale ed esso non può, in nessun caso, ridursi a sede di ratifica di accordi vecchi o nuovi che già durante i lavori della Bicamerale furono oggetto di ristretti vertici privati.

Vigilanza e partecipazione popolare da rianimare

E’ difficile riformare efficacemente le istituzioni se non si rianimano, rispetto alla fase di stanchezza attuale, la vigilanza democratica sulle decisioni del Parlamento riguardanti scelte che incideranno a lungo nella vita degli italiani. Alla campagna secessionista di Bossi, che fa leva su una sempre più precaria mobilitazione di massa, non si può contrapporre soltanto il rispetto della legalità o la promessa di riforme. La partecipazione popolare, delle forze sociali e politiche, dei ceti intellettuali, al cammino delle riforme vale in generale, ma è essenziale in una fase costituente.

L’iniziativa dei grandi sindacati di manifestare a Venezia ed a Milano in difesa della solidarietà e della coscienza nazionale, contro il frazionismo, l’egoismo razzista, i rigurgiti di violenza della Lega Nord è un esempio di grande importanza. Anche i partiti devono mettersi sulla strada del maggior coinvolgimento possibile di iscritti e simpatizzanti a sostegno di una politica di riforme che non regge se è solo calata dall’alto. E’ un grave limite che, a differenza di quanto avvenne nell’Assemblea Costituente del 1947, gli ambienti culturali del Paese e le stesse forze politiche nei loro meccanismi di vita democratica interna siano ora così poco interessati a riforme di importanza decisiva.

Non si tratta di riequilibrare il movimento di Bossi. L’obiettivo deve essere quello di ricreare dal basso, con una partecipazione cosciente, un più diffuso senso dello Stato, tradizionalmente carente, senza del quale si scoprirà sempre che una volta fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. La diffidenza verso le istituzioni non si rimuove solo con le leggi, con i plebisciti guidati da chi detiene il potere, ma si può vincere se il cambiamento è costruito e condiviso da molti.

Allarma la scarsa consapevolezza di questa necessità anche in formazioni politiche che, storicamente, si sono formate con un alto grado di partecipazione popolare. Non è casuale che questo vuoto sia spesso coperto, con una eco che va oltre la schiera dei fedeli, dalla Chiesa cattolica che continua a difendere, contro le minacce secessioniste e la predicazione dell’odio, le ragioni positive dello Stato, della solidarietà, della ricerca dell’unità rispetto alle divisioni. Più volte il Magistero di papa Wojtyla si è soffermato con angoscia su questi punti.

Il motivo è profondo e da esso non può distogliere la grossolana, incivile, polemica anticlericale di Bossi. I Vescovi italiani hanno collegialmente condannato, con la voce autorevole del Cardinale Ruini, le “infauste suggestioni separatiste” contrarie agli interessi economici della nazione e di ciascuna delle sue aree ed hanno difeso, nonostante qualche dissenso nostalgico degli scontri del Risorgimento, la “patria italiana”. Più volte la Civiltà cattolica e l’Osservatore Romano hanno messo in guardia dalle “venature razziste”, dalla violenza di linguaggio, dalle finalità eversive dell’estremismo leghista.

L’appello si rivolge, come accade soprattutto dopo il Concilio Vaticano II°, a tutti gli italiani, quasi a supplenza dell’opportunistico silenzio che prevale in molti ambienti laici, ma i cattolici democratici sono chiamati a raccoglierlo in autonomia e con determinazione. Non solo Sturzo, ma prima di lui Rosmini e da ultimo Dossetti hanno sempre considerato lo Stato democratico, il suo modo di essere, il suo rapporto con la società in tutte le sue espressioni, il campo primario dell’impegno politico. Anche la questione sociale è stata inquadrata, a fini di giustizia e di garanzia del diritto, in questo ambito.

Non corrisponde al vero la teorizzazione del disinteresse dei cattolici per le ragioni positive dello Stato. Ha poco a che vedere con il valore della “sussidiarietà” il travisamento che ha portato, nella discutibile versione dell’art. 56 dei progetto di riforma della Costituzione, a legittimare la subordinazione dell’intervento pubblico all’iniziativa privata anche quando è moralmente ineccepibile la tutela dell’interesse generale.

Nella Costituzione del 1947 è stato largamente riconosciuto, specie nella prima parte, il principio di sussidiarietà che è alla base delle autonomie, del decentramento, di ambiti ben definiti della responsabilità dello Stato. Proprio Rosmini, critico dell’assolutismo e di ogni forma di dominio dello Stato moderno e difensore del pluralismo civile e politico, ha scritto che non esiste la neutralità delle istituzioni, fatte dagli uomini, e che è “nello Stato spogliato dai suoi connotati signorili, e diventato dunque società civile, che la persona si realizza nella sua pienezza”. (7)

Sapranno i cattolici democratici, almeno quelli che si richiamano a Sturzo, riprendere in Parlamento la libertà d’iniziativa che è risultata appannata nella fase finale dei lavori della Commissione Bicamerale a causa del condizionamento delle mediazioni di corto respiro tra destra e sinistra? Sapranno essere protagonisti, nella proposta, di riforme coraggiose che pur aggiornandolo non disperdano, come ha esortato Dossetti, il patrimonio della Costituzione del 1947? Sapranno concorrere alla rianimazione di una vigilanza critica e di una partecipazione popolare che è condizione primaria di cambiamenti positivi?

Le previsioni non sono facili, ma la prova non è di quelle che si possono evadere. Il problema, ovviamente, non riguarda solo i cattolici e saranno i fatti a costituire per ciascuno la base del giudizio. Tutte le forze democratiche, ed in particolare quelle di sinistra, sono chiamate ad una assunzione di responsabilità più che ad un gioco trasformista. Non ci sono altre vie per isolare e vincere un lacerante secessionismo che può trarre vantaggio, più che dalle sue avventurose sortite, dai ritardi e dai cedimenti di quanti hanno, per ragioni ideali e storiche, il dovere di riformare senza lottizzare lo Stato democratico.



(1) Il Presidente della Repubblica è intervenuto più volte, dal 1993 ad oggi, per mettere in guardia, con interventi ufficiali non sempre ascoltati, da possibili violazioni della legalità che non possono essere confuse con il diritto d’opinione.

(2) Michele Salvati – “Troppo debole il federalismo della Bicamerale, non potrà soddisfare le richieste della Lega” – Corriere della sera – 9 settembre 1997.

(3) L’art. 5 della Costituzione, scarsamente applicato, è assai esplicito nell’affermare i principi dell’autonomia, riconosciuta come diritto esistente dello Stato, e del decentramento. Altri articoli, nella seconda parte, vanno aggiornati proprio in rapporto ad esso.

(4) Luigi Granelli – “Blair: più che un modello, una sfida” – Nuova Fase – Anno IV°, n° 3 – Marzo 1997 – nel commento sulle elezioni inglesi è contenuta una ampia descrizione del programma di riforme istituzionali del “New Labour”.

(5) Denis Mack-Smith – “Una nazione storica, altro che Padania” – intervista a Repubblica – 13 settembre 1997.

(6) Giuseppe Dossetti – “I valori della Costituzione” – Edizioni S. Lorenzo – 1995 – si veda, in particolare, il discorso pronunciato all’Abbazia di Monteveglio, pagg. 63/80

(7) Giorgio Campanini – “Antonio Rosmini e il problema dello Stato” – Morcelliana – 1983 – l’Autore confuta in modo argomentato la tesi della sottovalutazione, da parte dei cattolici, del valore dello Stato, in rapporto alla società e al suo pluralismo civile, amministrativo e politico, con riflessioni sul principio di sussidiarietà estremamente attuali.